Gli accordi di Basilea 2: Cosa cambia per le imprese

di Michele Ledda

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Banche sempre più attente nella valutazione dei rischi per i crediti a piccole e medie imprese. Per le PMI cresce l'interesse a migliorare il ranking e a porre maggior attenzione alla funzione finanziaria

Gli Accordi di Basilea sui requisiti patrimoniali delle banche sono il risultato del lavoro del Comitato di Basilea, che opera all’interno della Banca dei Regolamenti internazionali, istituito dai governatori delle Banche centrali dei dieci paesi più industrializzati (G10) alla fine del 1974 per promuovere la cooperazione fra le banche centrali ed altre agenzie equivalenti allo scopo di perseguire la stabilità monetaria e finanziaria tra i paesi aderenti.

Il lavoro del Comitato non ha alcuna forza di legge sovranazionale, piuttosto opera per l’emanazione di linee guida e di raccomandazioni lasciando che in una seconda fase le singole nazioni possano applicare le stesse attraverso il loro recepimento in una visione comune e coordinata.

Come si può evincere da quanto detto gli accordi di Basilea riguardando in prima battuta le banche dei paesi che vi aderiscono ed in particolare interessano la composizione del patrimonio delle banche stesse.

Il principio è molto semplice: la banca nel concedere credito assume implicitamente anche un rischio collegato allo stesso, maggiore è il rischio derivante da questo credito e maggiore dovrà essere la quota di capitale che la banca dovrà accantonare. La prima conclusione che possiamo trarre è quindi che a maggiori rischi corrisponderanno per la banca maggiori costi causati dagli accantonamenti di capitale.

La prima ripercussione sulle imprese è data dal fatto che le banche saranno portate a classificarle in base alla loro rischiosità attraverso procedure di rating (valutazione) sempre più complesse e sofisticate. C’è chi vede in questo una maggiore difficoltà, specie per le Piccole e Medie Imprese, da una parte di accesso al credito dall’altro di un aumento dei tassi di interesse legati all’erogazione del credito stesso. In altre parole si pensa che le banche saranno portate a ridurre il credito a favore delle PMI ed allo stesso tempo ad alzare i tassi di interesse.

Questo possibile scenario avrà presumibilmente una forte ripercussione sull’organizzazione delle PMI ed in particolare si può prevedere un aumento del peso della funzione finanziaria al loro interno.

Le PMI saranno portate a cercare sempre più coerenza tra le fonti finanziarie ed il perseguimento delle strategie di crescita e di mercato. Da questo punto di vista la differenza tra le grandi imprese e le PMI è significativa.

L’assegnazione di una procedura di rating per le PMI rappresenterà un problema maggiore in quanto queste sono contrassegnate da una operatività maggiormente rischiosa a cui si deve aggiungere una minore disponibilità di segnalatori di mercato, di rating di agenzia e dal minore contenuto informativo dei bilanci aziendali rispetto alle imprese di maggiori dimensioni.

Questo aspetto ha però un’altra faccia della medaglia caratterizzata dal fatto che imprese e banche dovranno operare in stretto raccordo ed in un clima di estrema trasparenza. Anche in questo caso è possibile delineare due scenari che riguarderanno PMI da una parte e grandi imprese dall’altra. Per le prime è infatti presumibile che le banche si orienteranno verso sistemi di valutazione il più possibile automatici basandosi su alcuni indici di bilancio e lasciando aperta la possibilità di apportare sul giudizio lievi variazioni entro certi limiti, per le imprese di grandi dimensioni invece il sistema di rating sarà maggiormente improntato a valutazioni su aspetti qualitativi.

Abbiamo accennato alla possibilità che la funzione finanziaria acquisti dentro le imprese un maggiore peso, è chiaro infatti che l’imprenditore dovrà organizzarsi in maniera tale da capire profondamente in base a quali fattori può migliorare il proprio rating ed a catena diminuire l’ammontare di capitale che la banca deve accantonare per fargli credito, e quindi accedere al prestito in tempi più brevi ed a tassi maggiormente convenienti.

Per quanto riguarda i tempi di adozione, a livello comunitario gli accordi sono stati recepiti: il 14 giugno 2006 queste direttive devono essere recepite negli ordinamenti dei singoli stati entro la fine del 2006. In Italia le direttive saranno recepite dalla legge comunitaria 2006 il cui disegno di legge è stato approvato dalla Camera dei Deputati il 21 settembre. Il disegno di legge comunitaria 2006 delega il Governo ad adottare i decreti legislativi recanti le norme occorrenti per dare attuazione alle direttive. Il 19 dicembre il Senato ha approvato (con modifiche) il testo della legge comunitaria 2006 che delega il Governo a recepire le direttive comunitarie (2006/48/CE e 2006/49/CE) che dettano la nuova disciplina sull’adeguatezza patrimoniale delle banche, recependo il quadro normativo messo a punto nel giugno 2004 dal Comitato di Basilea. Il disegno di legge approvato dal Senato, a causa delle modifiche introdotte torna ora alla Camera. È presumibile salvo ritardi che a partire dal 2007 le norme si applicheranno alle banche e alle imprese di investimento che operano nei Paesi dell’Unione.