Manovra e pensioni, Meloni frena sulla stretta: il riscatto della laurea non cambia per chi lo ha già fatto

di Anna Fabi

18 Dicembre 2025 07:52

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Le modifiche annunciate in Aula limitano gli effetti della norma contestata: le nuove regole varranno solo per il futuro, ma il nodo resta aperto.

Il Governo prova a spegnere l’incendio acceso dal maxi-emendamento alla Manovra sulle pensioni. Dopo le polemiche esplose dentro e fuori la maggioranza, è stata la presidente del Consiglio Giorgia Meloni a intervenire direttamente nell’Aula del Senato, annunciando una correzione alla norma che ridimensiona il valore del riscatto della laurea ai fini del pensionamento anticipato.

«Nessuno di quelli che ha riscattato la laurea vedrà cambiata l’attuale situazione», ha chiarito la premier. «Qualsiasi modifica varrà solo per il futuro». Un chiarimento politico che sancisce la non retroattività della stretta ma che non cancella però le criticità del testo e che rinvia il confronto al passaggio parlamentare decisivo.

Riscatto di laurea: la norma contestata in Manovra 2026

Il cuore della polemica riguarda una modifica ai requisiti per la pensione anticipata, inserita nel maxi-emendamento alla legge di Bilancio. In base al testo, a partire dal 2031 una parte dei contributi riscattati per la laurea (con riferimento ai titoli universitari citati dalla Legge 341/1990, che ha istituito la laurea breve)  non concorrerà più al raggiungimento dell’anzianità contributiva necessaria per l’uscita anticipata dal lavoro, fissata oggi a 42 anni e 10 mesi. La penalizzazione sarà progressiva e crescente negli anni, colpendo in particolare chi maturerà i requisiti tra il 2031 e il 2035.

Chi sarebbe penalizzato

Secondo le prime simulazioni effettuate a margine del dibattito, i più esposti sarebbero i lavoratori nati tra il 1968 e il 1975, che raggiungeranno i 62 anni tra il 2030 e il 2037 e che hanno riscattato periodi di studio universitari collocati tra la fine degli anni Ottanta e i primi anni Novanta. Il meccanismo previsto dal testo originario riduce progressivamente il peso contributivo del riscatto della laurea breve:

  • dal 2031 non concorrerebbero 6 mesi di contributi riscattati;
  • dal 2032 i mesi esclusi salirebbero a 12;
  • dal 2033 diventerebbero 18;
  • fino ad arrivare a 30 mesi nel 2035.

La precisazione di Meloni: niente effetti retroattivi

Il punto politicamente più delicato è stato quello dell’efficacia retroattiva. Proprio su questo aspetto è intervenuta la presidente del Consiglio, precisando che la norma «deve essere corretta» e che eventuali modifiche non potranno incidere su chi ha già riscattato la laurea sulla base delle regole vigenti. La correzione annunciata punta quindi a limitare l’impatto alle sole scelte future, evitando un cambio delle regole “in corsa” per chi ha già sostenuto costi elevati confidando in un determinato quadro previdenziale.

Le critiche dei sindacati e dell’opposizione

Le reazioni alla novità, che si colloca in un più ampio quadro di riforma delle pensioni, restano però durissime. La Federazione Lavoratori della Conoscenza CGIL ha definito la misura «fortemente penalizzante» e ha parlato apertamente di «furto di Stato», contestando il venir meno del riconoscimento contributivo per anni di studio riscattati a pagamento. Secondo il sindacato, la norma:

  • vanifica sacrifici economici già sostenuti dai lavoratori;
  • modifica le condizioni di accesso alla pensione anticipata;
  • presenta profili di possibile incostituzionalità.

Sul fronte politico, critiche sono arrivate da tutto l’arco dell’opposizione. Elly Schlein ha espresso «sdegno» per la misura, il Movimento Cinque Stelle ha definito «surreale» il rimpallo di responsabilità all’interno della maggioranza, mentre Matteo Renzi ha contestato il metodo, giudicando inappropriato annunciare una modifica legislativa durante una replica in Aula.

Una partita ancora aperta

Le parole di Meloni segnano un cambio di passo rispetto al testo originario ma non chiudono il dossier sulle pensioni. La norma dovrà essere riscritta in modo coerente con il principio di tutela dell’affidamento e con il divieto di effetti retroattivi, temi destinati a restare centrali nel confronto parlamentare.

Nel frattempo, la vicenda riaccende il dibattito sul rapporto tra sostenibilità del sistema previdenziale e certezza delle regole, in un contesto in cui ogni intervento sulle pensioni rischia di produrre effetti di lungo periodo difficili da correggere a posteriori.