Incentivi assunzione: non creano lavoro stabile

di Barbara Weisz

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Riduzione costo del lavoro più che incentivi alle assunzioni per creare occupazione stabile: analisi delle agevolazioni contributive alle imprese.

Gli incentivi all’occupazione non riescono a creare lavoro stabile, anche quando funzionano come stimolo alle assunzioni nell’immediato. E’ l’analisi dei Consulenti del Lavoro contenuta in un report che approfondisce l’impatto delle varie misure agevolative degli ultimi anni. In particolare gli sgravi contributivi dal 2015 al 2019, lasciando fuori il 2020 caratterizzato dall’emergenza Covid.

In linea generale, si rileva una «indifferenza della domanda rispetto alla disponibilità di incentivi, come segnalato dall’andamento degli anni più recenti, dove le assunzioni a tempo indeterminato aumentano pur in presenza di una riduzione del numero delle agevolazioni». Ci sono effetti distorsivi più o meno evidenti nel momento in cui un’agevolazione entra in vigore, ma sul lungo periodo «le assunzioni agevolate a tempo indeterminato presentano la stessa chance di sopravvivenza di quelle non agevolate».

Un altro dato riguarda la crescita dell’occupazione flessibile. Dal 2016 al 2019, il numero dei contratti a tempo determinato cresce del 26,4%, portando da 2,4 mln a 3 mln il numero dei lavoratori interessati. Di contro, gli occupati a tempo indeterminato restano praticamente stabili (+0,6%), mentre nel triennio precedente erano aumentati del 2,8%. La tendenza potrebbe essere almeno in parte riconducibile ai sopra citati effetti distorsivi delle agevolazioni. In ogni caso, la curva degli ultimi 15 anni mostra una sostanziale stabilità del mercato delle assunzioni a tempo indeterminato e una crescita costante dei contratti a termine, con un andamento discontinuo legato anche all’utilizzo degli incentivi.

Negli ultimi anni, le agevolazioni contributive si sono maggiormente concentrate su target specifici, come le donne ei giovani (anche nella Manovra 2021 ci sono incentivi per queste assunzioni agevolate).

I Consulenti del Lavoro sollevano perplessità su «una logica di intervento per target generazionali e di genere, oltre che territoriale, in un momento in cui la crisi occupazionale presenta un effetto trasversale sulla platea dei lavoratori, risultando piuttosto condizionata dai settori di impiego e dal loro livello di qualifica professionale». Anche in considerazione dell’analisi di impatto, in base alla quale i contratti incentivati tendono a presentare un basso livello di resistenza sul mercato. La ratio della norma, che intende incentivare l’assunzione di categorie svantaggiate, viene condivisa, ma sostanzialmente ne viene criticata l’efficacia, anche in considerazione del perdurare della crisi emergenziale.

In sostanza, secondo il report, tale percorso «da un lato non risulta rispondere alle esigenze dei datori di lavoro – per i quali sarebbe opportuno prevedere strumenti alternativi rispetto ad una diminuzione temporanea dei costi del lavoro – dall’altro non tutela appieno nemmeno i lavoratori, a cui non è garantita una stabilizzazione del rapporto di lavoro sul lungo periodo».

La proposta è di «introdurre disposizioni volte ad una gestione più flessibile dei rapporti di lavoro» che contribuisca «ad aumentare la produttività e la competitività delle imprese» riducendo il costo del lavoro. Individuare una regolazione finalizzata a rispondere in modo efficace ed efficiente alle richieste di un mercato che, complice la crisi sanitaria, sta velocemente cambiando. Per esempio, attraverso misure che rispondano ai nuovi modelli organizzativi del lavoro subordinato». Obiettivo: realizzare «condizioni di mercato sostenibili per le aziende che compongono il tessuto imprenditoriale del nostro Paese».

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