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Made in Italy: non delocalizzare conviene

di Alessia Valentini

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Il made in Italy non è un business solo all’estero: ecco quando internazionalizzazione e delocalizzazione non sono le risposte più profittevoli.

Per le PMI del Made in Italy la crescita del business non è sempre e solo legata allo sviluppo di nuove strategie di internazionalizzazione: anche un mercato in crisi come quello italiano può riservare delle sorprese se si valorizza la catena del valore – in termini di filiera produttiva locale – e si tutela la ricchezza intellettuale.

Territorio come risorsa

L’esempio di Gucci fa scuola. Il gruppo francese Ppr annovera importanti marchi della Moda fra cui gli italianissimi Gucci, Bottega Veneta, Sergio Rossi e Brioni: una nazionalità da difendere perché sinonimo di qualità ed eccellenza. Tutelarne il patrimonio fatto di competenze artigianali e imprenditoriali – si traduce in successo di fatturato:

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In un periodo in cui i grandi gruppi de localizza la produzione, FIAT in testa, una strategia vincente alternativa potrebbe essere quella di restare ancorati in patria e investire sul territorio come risorsa e patrimonio di competenze. 

Gli esempi non li fornisce solo la grande industria. La 3.6.5.srl  lavora e produce artigianalmente articoli per la scrittura senza spostare la produzione in mercati esteri con manodopera a basso costo e normative sugli scambi internazionali più vantaggiose: non è snobismo verso la globalizzazione ma il riconoscimento delle potenzialità di manodopera e design locale. Nulla di nuovo, ma oggi questa strategia ha un fine in più: valorizzare la produttiva locale.

Ri-local

Reinvestire e sulle realtà locali (Ri-Local) è uno dei capisaldi del design sistemico, applicati in molte realtà italiane. Obiettivo, incrementare i ricavi grazie a uso intelligente del territorio, delle competenze e delle materie di scarto.

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A conferma dell’efficacia di questa strategia vi è l’iniziativa di Confartigianato, Camera di commercio e Politecnico di TorinoAs campa via niente” (non si butta via niente n.d.r.): coinvolge 16 aziende artigiane appartenenti a settori commerciali e produttivi tra i più diversi: lavorazione di materiali ferrosi o plastici agli alimenti zootecnici, tintoria, copisteria, gastronomia, autoriparazioni, lavorazione del legno e cuoieria.

Dovranno  imparare a sfruttare le risorse senza produrre sprechi, attraverso il riutilizzo degli scarti, e l’utilizzo di materiali e prodotti del territorio limitrofo: ciò produrrà vantaggi in termini di valorizzazione dell’economia locale e sostenibilità ambientale. Il guadagno sta anche nell’approvvigionamento delle materie prime e nella logistica dei prodotti con una riduzione drastica dei costi.

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