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Truffe via WhatsApp alle imprese, allerta di Palazzo Chigi

di Teresa Barone

25 Giugno 2026 10:48

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Il Governo segnala una truffa via WhatsApp ai danni di imprenditori attuata tramite falsi profili attribuiti al Sottosegretario Mantovano: ecco come riconoscerla.

Una nota di Palazzo Chigi mette in guardia su recenti tentativi di truffa veicolati attraverso falsi account WhatsApp, attribuiti indebitamente al Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei Ministri Alfredo Mantovano e diretti agli imprenditori italiani.

I punti chiave dell’allerta di Governo:

  • circolano falsi account WhatsApp intestati al sottosegretario Alfredo Mantovano e rivolti agli imprenditori italiani;
  • i messaggi chiedono di firmare accordi di riservatezza o di versare denaro per inesistenti iniziative governative;
  • in altri casi puntano a ottenere dati sensibili e la firma del vertice aziendale, poi usata per ingannare dipendenti e clienti;
  • al primo contatto su WhatsApp segue una corrispondenza e-mail con l’invito a mantenere riservato lo scambio;
  • Mantovano ha presentato denuncia e sono in corso accertamenti investigativi.

Lo schema dei falsi account a nome di Mantovano

Come spiega il Governo, lo schema ricalca un cliché della criminalità informatica. Il primo contatto arriva sui sistemi di messaggistica istantanea da account registrati con false generalità e con fotografie di soggetti che rivestono ruoli istituzionali, con modalità studiate per apparire credibili. Chi scrive si presenta come il sottosegretario o come un suo collaboratore.

Quando il destinatario accetta il contatto, alla chat segue di norma una corrispondenza e-mail che contiene l’invito a sottoscrivere un accordo di riservatezza o, comunque, istruzioni per tenere attivo lo scambio e allontanare ogni verifica esterna.

Gli obiettivi, dal denaro alla firma del titolare

Come spiega la nota, queste false comunicazioni si propongono di indurre a sottoscrivere accordi di riservatezza, ma anche a inviare denaro, manifestando la richiesta di contributi economici destinati a iniziative governative del tutto inesistenti.

L’obiettivo è anche quello di acquisire dati e informazioni sensibili dei destinatari, come la firma olografa del vertice di un’azienda, che potrebbe essere utilizzata per ingannare dipendenti o clienti anche al fine di ottenere trasferimenti di denaro. È la logica della cosiddetta frode del CEO, in cui l’identità di un dirigente viene sfruttata per autorizzare pagamenti o sbloccare informazioni riservate.

I segnali per riconoscere il raggiro

La struttura della truffa lascia alcuni segnali ricorrenti, utili a fermarsi prima di agire:

  • un contatto non richiesto, da un numero sconosciuto, di chi dice di rappresentare un’istituzione;
  • la richiesta di massima riservatezza, pensata per evitare controlli interni e confronti con i colleghi;
  • toni di urgenza e pressione a concludere in fretta versamenti, firme o invii di documenti;
  • richieste di denaro, dati o firme che arrivano da WhatsApp e proseguono via e-mail, fuori dai canali ufficiali;
  • il riferimento a iniziative governative che chiedono contributi: le istituzioni non operano in questo modo.

Le contromisure per le imprese

La prima difesa è la verifica dai canali ufficiali: davanti a un messaggio del genere conviene non rispondere alle richieste e ricontattare l’ente o l’ufficio dai recapiti pubblicati sui siti istituzionali, mai dal numero o dal link ricevuti. Per le aziende serve una procedura interna che imponga una doppia conferma sui pagamenti e sulle firme, così che nessun bonifico o documento parta sulla base di un solo messaggio.

Utili anche la formazione del personale, la protezione della firma dei vertici e la segnalazione tempestiva alla Polizia Postale, conservando messaggi e recapiti del mittente. Gli stessi accorgimenti valgono per le altre truffe via WhatsApp ed e-mail che colpiscono imprese e professionisti.

La denuncia e le indagini in corso

Sul caso sono in corso attività informative e investigative, avviate anche a seguito della denuncia che lo stesso Mantovano ha presentato appena venuto a conoscenza dell’uso indebito del proprio nome e della propria immagine. L’allerta si inserisce in un’ondata più ampia di tentativi di truffa digitale che negli ultimi mesi ha preso di mira anche decine di migliaia di clienti di operatori telefonici, segno di una pressione crescente sulla sicurezza di cittadini e imprese.