Tratto dallo speciale:

AI nei motori di ricerca: il traffico non “sparisce” ma cambia forma

di Anna Fabi

5 Gennaio 2026 09:55

logo PMI+ logo PMI+
Le risposte AI in SERP riducono i click e alzano l’asticella per editori e aziende: perchè sta succedendo e quali mosse proteggono audience e ricavi.

L’impatto dellAI nei motori di ricerca non è un semplice aggiornamento ma un definitivo cambio di comportamento: una quota crescente di ricerche si chiude ormai senza visita ai siti (o con pochissimi click concentrati su pochi risultati) perché una parte dell’intento informativo viene assorbita direttamente nella pagina dei risultati.

Significa che la funzione del contenuto sta cambiando: da “porta d’ingresso” a “fonte” (citata o meno), da “pagina da cliccare” a “mattoncino” dentro un output generativo. E questo sposta il potere contrattuale: meno click e più competizione per essere selezionati, più valore per brand e fiducia (almeno teoricamente, nella pratica non sempre è davvero così).

Per editori e aziende online, oggi la domanda cruciale non è tanto “come torno a prima” (è impossibile con l’avvento dell’AI) , ma: quali parti del mio traffico erano fragili per definizione (informational commodity), quali erano resilienti (brand, utilità, community) e quali posso trasformare in un vantaggio (autorevolezza verificabile, dati proprietari, servizio, relazioni)?

Cosa sta succedendo nelle SERP dei motori di ricerca

Le esperienze di ricerca basate su AI (riassunti, risposte composte, percorsi conversazionali) stanno spingendo l’utente a risolvere più passaggiin pagina” prima di decidere se aprire un sito. In parallelo, cresce la quota di ricerche che non genera click verso l’open web. Quando compaiono i riassunti AI, la probabilità di cliccare su un risultato tradizionale tende a ridursi; e anche i link “citati” dentro il box AI raccolgono una porzione limitata dei click.

In altre parole: la sola SERP diventa un prodotto già completo. Per chi produce contenuti, questo comporta due effetti simultanei: meno volume di visite su query informative generiche e qualche speranza in più per chi riesce a farsi riconoscere come fonte affidabile su un tema (brand + segnali di qualità + unicità), sempre che riesca a superare la barriera del riassunto (corretto ed esaustivo proprio perchè “nutrito” dai contenuti che però non vengono più visitati).

Meno clic quando c’è un riassunto AI

Due dati sono particolarmente utili perché rendono misurabile il fenomeno:

  • quando compare un riassunto AI, la quota di visite con clic su un risultato tradizionale è più bassa rispetto alle pagine senza riassunto (8% vs 15%);
  • il CTR scende per le query che attivano le AI Overviews, con cali rilevanti per il primo risultato organico.

Traduzione: la posizione resta importante ma non è più sinonimo di volumi. La “vetrina” cambia e parte della domanda si chiude prima che la pagina venga aperta.

Perché penalizza i creatori di contenuti (in modo diverso)

Il cambiamento è strutturale: l’AI in SERP (riassunti, panoramiche, risposte composte) intercetta le query dove l’utente cerca una sintesi, un confronto rapido, una definizione o un primo orientamento. Se la sintesi è percepita come sufficiente, il clic diventa opzionale. Questo colpisce soprattutto:

  • le pagine informative “standardizzate” (definizioni, guide brevi, FAQ generiche);
  • i contenuti che ripetono ciò che è già facilmente riassumibile;
  • i siti che non riescono a far emergere una ragione immediata per continuare la lettura fuori dal motore.

Il danno non è uniforme. Viene colpito soprattutto ciò che è facilmente sintetizzabile e replicabile: guide standard, definizioni, liste “base”, contenuti che rispondono a domande a bassa complessità senza elementi proprietari. Qui l’AI può soddisfare l’utente senza “pagare pedaggio” al sito.

Resistono meglio tre categorie:

  • brand e query navigazionali (chi viene cercato per nome o per prodotto/servizio specifico);
  • contenuti con utilità operativa (strumenti, calcolatori, checklist, modelli, tabelle aggiornate, simulatori, comparazioni mantenute vive);
  • contenuti con costo di sintesi alto (analisi con dati originali, test, metodi, casi reali, documenti primari commentati con competenza).

Il punto scomodo (ma liberatorio) è che per anni una parte del traffico “informativo” era un arbitraggio: arrivava perché la SERP rimandava fuori. Se la SERP ora trattiene l’utente, quel traffico va considerato strutturalmente instabile, non “rubato per caso”.

Tre orizzonti: breve, medio, lungo termine

Breve periodo (0-6 mesi): contrazione e volatilità

Ci si deve aspettare oscillazioni forti per le query informative e un calo più marcato dove compaiono riassunti AI. In questa fase è facile commettere l’errore di “rispondere con volume”: aumentare pubblicazioni simili nella speranza di recuperare. Di solito peggiora la situazione perché si alimenta contenuto intercambiabile.

Medio periodo (6-18 mesi): redistribuzione dei vincitori

Chi investe in autorevolezza verificabile e prodotti editoriali utili (non solo articoli) tende a stabilizzare. Chi resta su contenuti standard vede la pressione crescere: più concorrenza, meno click, CPM/ricavi più fragili. Qui emerge un secondo tema: la misurazione. Non basta “sessioni da Google”: serve separare query e pagine che generano valore (lead, iscrizioni, ritorno) da quelle che generano solo pageview.

Lungo periodo (18+ mesi): più infrastruttura e meno inventory

La traiettoria probabile è una ricerca più conversazionale e multi-step, con meno “10 link blu” e più percorsi guidati. In questo scenario, la strategia difendibile non è “scrivere per Google”, ma costruire asset che Google (e i sistemi AI) non possono sostituire facilmente: fiducia, dati proprietari, strumenti, community, e un punto di vista riconoscibile.

Distinzione salva-tempo: risposta vs. ragione per cliccare

Nel 2026, molti contenuti devono accettare un fatto: la risposta base verrà spesso anticipata in SERP. Il compito del sito diventa offrire la ragione per proseguire. E qui non servono trucchi: servono elementi che l’AI non può dare senza perdere qualità o responsabilità.

Esempi di “ragione per cliccare” che funzionano:

  • tabelle aggiornate e versionate (con data e variazioni nel tempo);
  • procedure e documenti (step, schermate, requisiti, errori frequenti);
  • calcoli ed esempi (casi tipo, simulazioni, soglie);
  • impatto settoriale (cosa significa per un editore, un e-commerce, un HR, un CFO);
  • accountability (chi firma, competenze, metodo, aggiornamenti, correzioni).

Strategie pratiche per editori e aziende con siti online

Scrivere contenuti non riassumibili ma non prolissi

Non significa scrivere tanto ma inserire almeno uno di questi “mattoni di unicità” per ogni pezzo importante:

  • dato proprietario (anche piccolo: campione, survey, log anonimo, benchmark interno);
  • documento primario (norma, circolare, delibera, bilancio) + lettura guidata;
  • esperienza verificabile (case reale, checklist usata sul campo, modello scaricabile);
  • comparazione mantenuta (prima/dopo, versioni, calendario, aggiornamenti).

Smettere di misurare il traffico e preferire le relazioni

Se il click si riduce, il valore si sposta su segnali di fedeltà: iscrizioni, ritorno diretto, tempo utile, salvataggi, conversioni soft (newsletter, account, preferenze). Per la parte editoriale: costruire rubriche e formati ricorrenti che portino l’utente a tornare senza passare dalla SERP.

Rendere il sito citabile per chiarezza e competenza

I sistemi AI tendono a preferire contenuti con struttura pulita e frasi verificabili. Servono:

  • definizioni brevi dove serve, senza riempitivi;
  • H2/H3 che riflettano domande reali, ma con linguaggio naturale;
  • tabelle e elenchi quando aiutano, non per fare scena;
  • aggiornamenti datati (quando è stato aggiornato e cosa è cambiato);
  • firma e competenza (profilo autore, metodologia, policy correzioni).

Diversificare l’acquisizione senza inseguire ogni piattaforma

Una strategia realistica per un editore/azienda è costruire due canali proprietari forti (newsletter e direct/brand) e un canale “ponte” (social o partnership). Se la ricerca diventa più “chiusa”, la base proprietaria diventa un’assicurazione.

Monetizzazione: prepararsi a meno pageview

Se una quota di traffico si contrae, il mix ricavi deve cambiare: più formati ad alta intenzione (lead, membership, strumenti), più offerte “value exchange” (accesso in cambio di registrazione), e meno dipendenza da inventory pubblicitaria indistinta. Anche Google stessa sta spingendo soluzioni alternative per i publisher: vale la pena monitorarle, ma senza delegare la strategia a un tool.

Strategie che reggono se Google cambia ancora

Rendere “non comprimibile” la parte che conta

Per i pezzi informativi, la domanda pratica è: quale pezzo di valore resta fuori dal riassunto? Alcune leve che funzionano:

  • tabelle aggiornate (con date e perimetri) e versioning chiaro;
  • casi limite e “se succede X allora Y” (le eccezioni sono il contrario del riassunto);
  • procedura completa (dove cliccare, quali dati servono, quali errori evitare);
  • strumenti (calcolatori, checklist scaricabili, template, comparatori).

NB: In teoria una pagina di servizio (calcolatore, tool, procedura) dovrebbe essere protetta se si riesce a costruire attorno un ecosistema che l’AI non può sostituire facilmente: spiegazione dei casi particolari, note metodologiche, aggiornamenti con data e fonte, esempi parametrizzati e, soprattutto, un risultato verificabile e riusabile (non una stima generica).

Scrivere per lettori che decidono in 2 secondi

Se il clic è meno automatico, titolo, bisogna promettere un’utilità specifica (non generica) e far capire subito “per chi” e “in quale situazione”. È il contrario dei titoli intercambiabili. Un editore che vince su Discover oggi è riconoscibile e selettivo: non prova a piacere a tutti.

Misurare l’impatto non solo con la Search Console

Con i riassunti AI, la stessa impression può generare meno clic ma serve leggere insieme:

  • Search Console (CTR per query e cluster informazionali);
  • Analytics (qualità sessione: tempo, scroll, ritorno, iscrizioni);
  • brand demand (aumenta la quota di ricerche di marca?);
  • referral “nuovi” (assistenti AI, newsletter, social, community).

Prediligere canali proprietari che reggono

La risposta più solida alla compressione del traffico da SERP è alzare il peso di canali proprietari: newsletter, alert tematici, notifiche, community, strumenti con login leggero, archivi consultabili. Non è “alternativa alla SEO”: è una cintura di sicurezza quando la SERP diventa più avara.

Il perimetro legale per l’uso dei contenuti

Nella UE, la direttiva Copyright 2019/790 ha introdotto eccezioni per il text and data mining (articoli 3 e 4) e un meccanismo di opt-out per alcuni casi, oltre al diritto connesso degli editori di stampa (articolo 15) che inquadra l’uso online di contenuti giornalistici.

Con l’AI Act, per i modelli di AI “general purpose” sono previsti obblighi di compliance con il diritto d’autore e maggiore trasparenza sui dati di addestramento (inclusa la pubblicazione di un riepilogo dei contenuti utilizzati, secondo template dell’AI Office).

Per un editore sono temi da seguire, perché possono incidere su accordi, licensing, remunerazione, modalità di opt-out e rapporti di forza tra piattaforme e creatori.

Da dove ripartire: checklist per editori e aziende

  • mappare le query che stanno perdendo CTR quando compare un riassunto AI;
  • trasformare i contenuti “riassumibili” in contenuti “operativi” (tabelle, eccezioni, procedure, strumenti);
  • spingere su brand e fiducia (firma, responsabilità, aggiornamenti, fonti);
  • costruire canali proprietari (newsletter e alert tematici) per ridurre l’esposizione alla SERP;
  • monitorare il quadro regolatorio: copyright/TDM, AI Act, accordi e licenze.

Una riflessione onesta per scegliere la strategia

La parte più difficile non è “fare meglio SEO” ma accettare che una quota di contenuti che generava traffico era, di fatto, commodity. Con l’AI in SERP, quella commodity viene compressa. La risposta non è “fare la stessa cosa con più energia”, ma selezionare: meno pezzi intercambiabili e più prodotti editoriali che solo voi potete fare (per dati, competenza, metodo, accesso alle fonti, capacità di spiegare bene).

Se questa selezione viene fatta bene, il risultato non è solo difensivo: è una posizione più riconoscibile, più resiliente ai cambi di algoritmo e più credibile anche fuori da Google.

Fonti utili per approfondire

  • Pew Research Center (22 luglio 2025) – Click behavior con AI summaries
  • SparkToro (1 luglio 2024) – Zero-click search study
  • Search Engine Land (4 novembre 2025) – Dati su CTR e AI Overviews (cit. Seer Interactive)
  • Google Search Blog (28 ottobre 2024) – Espansione AI Overviews a 100+ Paesi
  • Google Search Blog (20 maggio 2025) – Espansione AI Overviews a 200+ Paesi e 40+ lingue
  • ACM Digital Library (25 aprile 2025) – Studio su comportamento utenti: generative AI vs ricerca tradizionale
  • Google (26 giugno 2025) – Offerwall per publisher