L’azienda rischia con un lavoratore in remoto

di Marianna Di Iorio

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Come dimostra un recente studio pubblicato da Vanson Bourne, molti manager IT hanno paura che i dipendenti in remoto possano compromettere la sicurezza aziendale

Nove manager IT su dieci hanno paura dei rischi alla sicurezza causati dalle azioni dei lavoratori in remoto.

La preoccupazione più forte è che gli hacker possano utilizzare le connessioni in remoto come una porta d’ingresso alla Rete aziendale.

Lo rivela l’ultimo studio condotto da Vanson Bourne, specializzata in ricerche di mercato nel mondo della tecnologia.

In particolare, l’indagine, condotta su un campione di 200 imprese del Regno Unito con un numero massimo di dipendenti pari a 250, ha mostrato che l’87% dei lavoratori in remoto usano i loro PC personali per accedere ai dati della propria azienda.

Questa azione pone in serio rischio l’organizzazione, in quanto l’azienda stessa non è in grado di gestire i PC dei lavoratori in remoto e quindi non può installare adeguati sistemi antivirus.

Come dimostra lo studio, si tratta di un problema molto sentito perchè è in continuo aumento il numero di dipendenti che richiede al proprio datore di lavoro di poter lavorare da casa.

Alla base di questa richiesta, come dichiara il 59% del campione intervistato, ci sarebbe la possibilità simultanea di incrementare la produttività aziendale e trovare un giusto equilibrio tra la sfera lavorativa e quella privata.

Ad ogni modo, ci sono anche aziende che non concedono questa possibilità ai loro impiegati. Come nel caso di quasi la metà degli intervistati (46%) che ha dichiarato di non aver ottenuto il permesso di lavorare da casa.

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