PA: il flop della fatturazione elettronica

di Teresa Barone

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Tempi di pagamento ancora lunghi, poche certezze sul debito complessivo: la CGIA fa il punto sulla fatturazione elettronica.

È passato un anno dall’introduzione della fatturazione elettronica verso la Pubblica Amministrazione ed è tempo di fare bilanci: l’Ufficio Studi della CGIA sottolinea come lo Stato non abbia ancora monitorato con certezza l’ammontare dei debiti accumulati verso i fornitori, nonostante l’attivazione della piattaforma elettronica che dovrebbe assicurare dati certi.

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«Il dato di partenza è il seguente – afferma il coordinatore dell’Ufficio studi della CGIA, Paolo Zabeo – oggi lo Stato non ha una mappatura certa dei debiti a cui deve far fronte, nonostante sia obbligatorio per legge comunicare attraverso la piattaforma elettronica lo stock maturato alla fine di ogni anno entro il 30 aprile successivo. Inoltre, con l’introduzione della fatturazione elettronica, resa obbligatoria a partire dal 31 marzo 2015 a tutte le aziende che hanno rapporti commerciali con la PA, il Governo si era posto l’obbiettivo di rendere trasparente e immediato il rapporto tra le parti, ma, soprattutto, di fornire un riscontro immediato dell’impegno economico preso dallo Stato nei confronti dei propri creditori. Dopo più di un anno, invece, non c’è ancora un dato ufficiale; l’indagine campionaria eseguita dalla Banca d’Italia, indica che la Pa, al 31 dicembre 2015,  sarebbe debitrice nei confronti dei propri fornitori per 65 miliardi di euro, 35 dei quali riconducibili a fatture emesse da moltissimo tempo. Una stima, tengono comunque a precisare i ricercatori di via Nazionale, caratterizzata da un grado di incertezza non trascurabile e, pertanto, poco attendibile.»

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Secondo le informazioni rese note dalla CGIA, inoltre, al 31 dicembre 2015 il debito complessivo dello Stato era pari a 65 miliardi di euro,  mentre la Banca d’Italia informa che i tempi medi di pagamento della PA si aggirano intorno ai 115 giorni, superando notevolmente quanto stabilito dalla Direttiva Ue che impone tra 30 e 60 giorni.