Germania, ministro chiede codice condotta Internet

di Lorenzo Gennari

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Il ministro tedesco per la Tutela dei consumatori, Ilse Aigner, ha chiesto un codice di condotta per le società Internet, in modo da evitare che il cyberspazio diventi la "gogna del XXI secolo"

La privacy è di nuovo al centro del dibattito in Europa. Questa volta però è la violazione del principio a tutela della riservatezza degli utenti di Internet ad essere messa in discussione.

Da una parte ci sono i gestori dei social network, i provider di servizi come la posta elettronica, le comunicazioni voice over ip e tanti altri soggetti che conservano nei loro database un’enorme quantità di dati personali, dall’altra ci sono alcuni politici che non tollerano l’arbitrarietà di gestione di questa miniera di informazioni.

Il ministro tedesco per la tutela dei consumatori, Ilse Aigner è una donna che combatte da tempo, come politico, una dura battaglia contro società come Google e Facebook, che accusa di non offrire garanzie sufficienti per la tutela della privacy.

La Aigner è una di quelle che, dopo aver letto l’informativa di Facebook in materia di trattamento dei dati personali, l’ha giudicata inaccettabile per il semplice fatto che non corrisponde a nessuna delle leggi vigenti sulla protezione della privacy.

Per questo motivo, il ministro tedesco pensa che sia necessario una sorta di “Codice d’onore“, una linea guida esclusiva per la condotta e il trattamento dei contenuti multimediali, di cui l’utente rimane sempre proprietario (diversamente da ciò che è dichiarato da Facebook, ad esempio).

Secondo la Aigner ci sono quanto meno dieci regole d’oro che possono essere esposte in un linguaggio chiaro e conciso senza lasciare dubbi sulla loro interpretazione.

Nel corso di un’intervista al quotidiano Die Welt ha dichiarato: «Queste norme possono venire solo dalla comunità Internet, sarebbe bello se gli utenti facessero delle proposte». Nei mesi scorsi la Aigner aveva attaccato anche il servizio di navigazione virtuale “Street View” di Google, sostenendo che l’offerta di vedute panoramiche dal livello stradale di interi quartieri violi le più elementari normative sulla privacy».

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