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Costi e benefici del Welfare

di Luca Costa

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Pro e contro del welfare aziendale in Italia, in termini di costi pubblici, gettito IVA, defiscalizzazione, consumi: il punto di vista CNEL e Aiwa a confronto.

A tre anni dall’entrata in vigore della legge sul welfare aziendale che consente di trasformare una parte dei premi di produttività in beni e servizi, si può parlare di vero e proprio boom in Italia, con un valore di tre miliardi di benefit convertiti dai 9 miliardi di euro di premi accumulati dal 2016 ad oggi.

Il conto che lo Stato paga con la defiscalizzazione è però di oltre 800 milioni, cifra che poi verrà a mancare all’introito fiscale.

Per i lavoratori italiani, l’assistenza sanitaria è l’ambito prevalente delle scelte operate, con il 42,5%; segue la cura e l’istruzione dei figli congiuntamente all’assistenza per familiari e anziani con il 37,8%.

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I benefit esentasse riguardanti  il tempo libero, quindi viaggi, box office e volontariato d’impresa, sono al 27%, mentre il benessere come palestre, corsi di ballo e varie attività ludiche si attesta all’ultimo posto con il 15,8%.

Probabilmente, il futuro del welfare aziendale comprenderà degli aggiustamenti, stando alle parole del presidente del CNEL (il Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro), l’ex ministro del lavoro Tiziano Treu:

Bisogna che qualcuno cominci a valutare i servizi offerti: l’asilo nido non può essere messo sullo stesso piano dell’abbonamento ad una palestra.

Un distinguo morale con una ricaduta economica non di poco conto.

Per Treu, in pratica, le agevolazioni connesse ai premi di risultato hanno un costo significativo per la collettività. A tal proposito, si registra un botta e risposta con il presidente dell’Associazione italiana welfare aziendale (Aiwa), Emmanuele Massagli, secondo cui i benefici sono pari a 3 volte i costi sostenuti.

I numeri forniti dal ministero del Lavoro (sugli accordi di produttività) e dal ministero dell’Economia e delle finanze (sulle dichiarazioni dei redditi) ci dicono di circa 30.000 accordi di produttività firmati dal 2016 ad oggi che prevedono il pagamento in welfare, che si realizza per non più del 25% dei lavoratori (gli altri preferiscono il pagamento in moneta).

A “difesa” dell’attuale normativa sul welfare aziendale, Massagli ricorda anche che i beni e servizi oggetto di accordi generano comunque consumi e producono un maggiore gettito IVA a vantaggio delle casse dello Stato.

Infine, sempre secondo Massagli, il welfare aziendale contribuisce indirettamente a contrastare il lavoro nero per determinate attività (es.: baby sitter e badanti).