Le conseguenze del Nucleare: effetti economici della crisi in Giappone

di Paolo Di Somma

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La crisi in Giappone e i risvolti economici, con effetti domino persino in Italia.

Il Giappone è la terza economia mondiale e, dall’Automotive all’Elettronica di consumo, leader indiscussa con una bilancia commerciale attiva e un cammino di crescita sia finanziaria che industriale. A livello strategico, inoltre, si stavano definendo piani di sviluppo del sistema energetico a breve e medio termine basati sul Nucleare, dell’intero sistema economico. 

La sequenza di catastrofi che in poche ore ha messo in ginocchio il paese, con tutta probabilità ne ha cambiato la storia. Se infatti gli effetti del terremoto e dello tsunami si possono collocare su una scala temporale di medio periodo e sono direttamente quantificabili (oltre trecento miliardi di dollari complessivamente), ciò che maggiormente pesa è l’incidente di Fukushima col carico di incertezze che porta con sé.

Il primo risvolto industriale è da ricercarsi nell’arresto di ordini e produzione: colossi come Nissan, Honda, Suzuki e Toyota, ad esempio, sono bloccati sia dalla incertezze sull’approvvigionamento energetico che dallo stop della supply chain.

Sul fronte della politica monetaria gli scenari a breve termine, porteranno, molto probabilmente, a un crescente deprezzamento dello Yen, a un aumento del debito e dell’imposizione fiscale, oltre che ad operazioni di rientro finanziario grazie alla dismissione di titoli di stato stranieri e ad una probabile incapacità di riassorbimento del debito da parte degli investitori interni.

Molto importanti sono, a mio giudizio, le dichiarazioni rilasciate da Jesper Koll (ex CEO della Tantallon Research Japan e dal 2009 Director of Research per la JP Morgan in Giappone), secondo cui lo scenario peggiore non è la nube radioattiva quanto il protrarsi di una situazione «[…] che non si trascina per un mese o due mesi o sei mesi, ma per due anni, ovvero a tempo indeterminato».

E poi, la poca chiarezza da parte della TEPCO e la difficoltà a mettere in sicurezza tutti i reattori: lo stesso Koll si concentra su uno scenario di base, che prevede la messa sotto controllo degli effetti negativi a lungo termine, in modo da non pregiudicare l’economia del paese.

A Koll si accoda anche Robert Feldman, ai vertici della Morgan Stanley Japan dal 1998, secondo cui il punto centrale è ancora una volta l’incertezza come principale minaccia per imprese e cittadini con ripercussioni dirette quali il mancato investimento da parte di aziende straniere o addirittura la necessità di aumentare le quote di produzione delle aziende nipponiche oltre i confini del paese.

Alcuni economisti già denunciano il ritardo nel prendere decisioni, sofferte, da parte delle aziende giapponesi sottolineando come eventuali ipotesi di delocalizzazione vadano valutate in fretta, anche in virtù della possibilità di abbassare i costi di gestione attuali, da tre a cinque volte.

Le ripercussioni si avranno anche sulla domanda interna: uno scenario plausibile lo si può tracciare (senza considerare gli impatti su occupazione e ricchezza procapite) a partire dall’enorme quantità di iodio radioattivo rintracciata nell’oceano con ovvi effetti sulla pesca, e dai valori riscontrati nelle acque urbane, nelle verdure e nel latte nei centri urbani esterni alla cinta dei fatidici 20 KM.

Secondo gli analisti rallenterà enormemente la spesa alimentare riferita a momenti extra domestici (pub, ristoranti…), compresi viaggi e soggiorni di piacere nel paese e, contestualmente, potrebbe aumentare la quota di spesa in automobili (si starà il meno possibile all’aria aperta…), abbigliamento, prodotti per la casa e per la salute.

La questione cibo è tra quelle, inoltre, che richiama le maggiori attenzioni anche nei paesi europei, dove peraltro ci si è mossi all’insegna della massima cautela, basti pensare alla velocità con cui i rappresentanti dei governi riuniti nello “Standing Committee on the Food Chain and Animal Health”, hanno approvato il regolamento che introduce misure di salvaguardia per il cibo importato dal Giappone. Comunque, il cibo riguarda solo l’1% delle esportazioni giapponesi, ben più preoccupante è la caduta verticale di turismo…

Riprendendo ancora i commenti di Koll, è importante sottolineare come l’impatto economicamente più preoccupante sul lungo periodo possa essere il danno al “Japan Brand”, «un bene di valore inestimabile e difficile da quantificare», secondo Koll infatti, il paese nipponico potrebbe essere visto non più come un paese guida nell ‘ avanzamento tecnologico ed industriale, ma potrebbe diventare una “pietosa vittima…”.

Risvolti economici per l’Italia

Volendo verificare come la crisi Giapponese possa influenzare, sin da ora, la vita degli altri paesi, e in particolare dell’Italia, dovremo concentrare le nostre osservazioni non solo sulla quantificazione della crisi nipponica, quanto sull’analisi del momento in cui essa è scoppiata.

Non credo sia il caso di elencare tutti gli stravolgimenti geo-politici che hanno caratterizzato parte del 2010 e che, ancora di più, stanno caratterizzando il 2011, però rimanendo in argomento economico, è chiaro a tutti che i tumulti e le guerre nei paesi africani, dalla Costa d’Avorio al mondo arabo, che sta portando già molto turbamento nei mercati e nelle economie reali grazie alla ridotta offerta di petrolio, potrebbe aggiungersi, nell’immediato un aumento di richieste di fonti fossili da parte del Giappone e delle economie (probabilmente asiatiche) che andranno ad occupare le quote di mercato lasciate vacanti dai giapponesi.

Questa dinamica porterebbe ad ulteriori aumenti sul prezzo del greggio col rischio di penalizzare le nazioni più esposte, tra cui proprio l’Italia, sulla cui spesa energetica pesano le importazioni di petrolio e derivati soprattutto per la domanda legata ai trasporti.

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