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Centri per l’impiego, buco nero del reddito di cittadinanza

di Simone Cosimi

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Più tempo, fondi e competenze per riqualificare gli ex uffici di collocamento: la corsa del governo al reddito di cittadinanza rischia di collassare in un buco nero gestionale, aggravato da carenze digitali e rompicapi normativi.

Invece della scalmanata corsa contro il tempo per issare la bandierina del reddito di cittadinanza, il governo giallobruno – se davvero ritiene quel sussidio cosa buona e giusta – dovrebbe partire dalla riforma dei centri per l’impiego. Anzi, dalla loro totale rifondazione.

I vecchi uffici di collocamento impiegano di fatto solo chi ci lavora – circa 8mila persone, con clamorosi casi di assistenzialismo tipo quello siciliano, che occupa il 22% dei dipendenti nazionali – e ogni anno riescono a trovare appena 37mila posti di lavoro. Eppure, la platea di riferimento è costituita da quasi due milioni di persone.

Il punto è però un altro: varare lo pseudo-reddito di cittadinanza nelle sgangherate condizioni attuali, riservando pochi spiccioli alla rimessa in piedi dei centri e puntando solo sulle assunzioni senza occuparsi di riqualificare chi ci lavora e di predisporre un serio piano digitale dedicato di sincronizzazione dei database, significa offrirsi al caos assoluto.

E partorire un pasticcio epico che metterebbe a rischio le casse dello Stato. Oltre che partorire un carrozzone dal sapore sudamericano. Marco Ruffolo su Repubblica ci ricorda per esempio, tanto per rimanere all’aspetto informatico, che:

“quasi dappertutto i centri per l’impiego non dialogano tra di loro né con l’Anpal, l’agenzia che dovrebbe coordinarli” né, tanto meno, “scambiano i loro dati con l’Inps”.

Aprendo per giunta un buco nero sulla gestione operativa dei sussidi: chi li eroga (Inps) potrebbe non sapere o conoscere molto tardi che il beneficiario ha trovato impiego e non ha più diritto al reddito. Largo ai furbetti nel Paese dei falsi invalidi e delle persone ignote al fisco?

I centri per l’impiego già oggi sono ridotti, specialmente al Sud, a sportelli di assistenza sui sussidi spettanti ai disoccupati. Solo nell’ultimo periodo hanno pian piano ricominciato ad assumere funzioni di politica attiva del lavoro, con l’assegno di ricollocazione e il reddito di inclusione varato dal governo Gentiloni.

Da un giorno all’altro, a partire dalla prossima primavera, l’attuale platea potrebbe diventare pachidermica: 6,5 milioni di italiani, ossia tutti i cittadini in stato di povertà assoluta o relativa che tecnicamente diventeranno potenziali beneficiari del reddito di cittadinanza. Non so se abbiate idea di cosa potrebbe accadere in quegli uffici, quando già oggi si creano spesso situazioni di disorganizzazione e confusione da record.

Detto dunque che già oggi il flusso dei disoccupati li travolge – senza consentire di offrire soluzioni decenti – rimane oltretutto sul tavolo lo spinosissimo tema geografico. Secondo indiscrezioni, la famosa regola della sospensione del reddito di cittadinanza sopo tre offerte di lavoro rifiutate, potrebbe non valere in territori dove di offerte, ce ne sono molte di meno.

Anche se il quadro appare uniforme: nel 2014, secondo gli ultimi dati Unioncamere-Ministero del Lavoro, appena l’1,5% delle aziende ha utilizzato per ricerca e selezione del personale un centro di collocamento. Più che dai territori, la mancanza di offerte dipende dal fatto che gli imprenditori non si rivolgono a quelle strutture.

In pratica, si concederebbe alle persone senza occupazione delle aree più in difficoltà la possibilità di un rifiuto in più specialmente nel primo caso e se l’offerta comporta uno spostamento dal luogo di residenza. Un problema nel problema, che rimane totalmente da chiarire e che conferma come il lavoro non si crei per legge – né ristrutturando le insegne e gli arredi dei centri di collocamento, come pare si voglia fare per rendere quei luoghi riconoscibili in stile uffici postali – ma migliorando le condizioni generali del mercato del lavoro.

Dunque riepiloghiamo gli ostacoli che occorrerà superare e ai quali servirebbero più tempo e vere risorse invece che un forcing matto e disperatissimo da campagna elettorale.

  • Poco personale, mal distribuito e da riqualificare.
  • Giungla informatica, database che non si parlano.
  • Gestione prevalente dei sussidi e scarsa abitudine all’approccio alle politiche attive.
  • Incapacità di gestione del flusso di utenti, con una platea di 1,7 milioni di senza lavoro che salirà a 6,5 milioni di cittadini.

Ma, anche, necessità di trasformare gli uffici in veri hub del territorio, riferimento anche per le aziende e gli artigiani che vi si possano rivolgere e per i quali, oggi, praticamente non esistono.

Auguri.