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Riforma Lavoro: stop a emendamenti Ddl

di Francesca Vinciarelli

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Presentati oltre 300 emendamenti al Ddl di Riforma del Lavoro prima della scadenza del 24 aprile: ora si passa alla votazione entro fine mese e poi si attende via libera dalla commissione Lavoro al Senato entro il 2 maggio.

Stop agli emendamenti per la riforma del lavoro: scade il termine fissato dal Governo per il 24 aprile in occasione dell’inizio dei lavori in Senato e il presidente della commissione Lavoro, Pasquale Giuliano, ha confermato che il via libera da parte della commissione di palazzo Madama alla riforma del lavoro arriverà per il 2 maggio.

A ridosso della scadenza per la presentazione degli emendamenti al Ddl di riforma del mercato del lavoro, sono circa 300 le proposte di modifica.

Per ora il clima sembra “positivo e sereno” per secondo il relatore del testo in commissione Lavoro al Senato, Maurizio Castro (Pdl), pronto per la valutazione dal 30 aprile al 2 maggio, dei correttivi al testo della riforma del lavoro  “significativi e di sostanza”. Castro ha però dichiarato che se necessario «ci avvarremo della facoltà che ci è concessa di presentare emendamenti anche dopo la scadenza del termine».

Tra gli «emendamenti migliorativi del provvedimento secondo i diversi punti di vista dei gruppi»,  non figuravano fino a poche ore prima della chiusura dei termini proposte da parte dei relatori, mentre ne comparivano circa 60 del Pd e almeno una cinquantina dell’IdV.

Il programma prevede la discussione degli emendamenti dal 26 al 28 aprile, con il parere delle commissioni Affari costituzionali e Bilancio. Quindi si passerà al  voto entro il 30 aprile, per chiudere entro il 2 maggio con il via libera alla riforma.

Sul testo da riformare, il ministro del Welfare Elsa Fornero continua a difendere l’operato del Governo per quanto riguarda la «flessibilità in uscita, cioè l’articolo 18: la soluzione che abbiamo dato è quella che riteniamo equilibrata, che mira a portare le imprese a non considerare più il dogma “assumo e non posso più licenziare”.

Il licenziamento per motivi discriminatori è sempre nullo; quello per motivi disciplinari dichiarato infondato dal giudice, deve prevedere il reintegro; il licenziamento per motivi economici invece deve permette alle imprese di “aggiustare la manodopera”: se è infondato il giudice deve poter scegliere tra reintegro e indennizzo al lavoratore.

I Video di PMI

La riforma dell’articolo 18