I tagli alla rivalutazione delle pensioni, applicati egli ultimi 15 anni, hanno penalizzato il ceto medio e la classe dirigente, continuando a farlo anche in futuro: ad esempio un assegno previdenziale da 2mila 500 euro lordi al mese, a causa del mancato adeguamento all’inflazione, perderà nei prossimi 10 anni circa 13mila euro.
La penalizzazione aumenta proporzionalmente all’importo dell’assegno: una pensione da 10mila euro al mese, che corrisponde a circa 6mila euro netti, si svaluterà in dieci anni per una somma pari a 115mila euro.
Le cifre sono contenute nel report “La svalutazione delle pensioni in Italia” a cura di Itinerari Previdenziali e CIDA (dirigenti e alte professionalità). Alberto Brambilla, presidente di Itinerari Previdenziali, propone un esempio riferito al 2023: «un pensionato con una rendita tra 2mila 627 e 3mila 152 euro si è visto rivalutata l’intera pensione al 4,3% (a fronte di un tasso di inflazione definitivo dell’8,1%) e non la sola quota eccedente le 5 volte il TM».
«In trent’anni le pensioni medio-alte hanno perso oltre un quarto del loro potere d’acquisto» segnala il presidente dell’associazione CIDA, Stefano Cuzzilla, che ricorda:
le pensioni non sono un privilegio, sono salario differito, il frutto di una vita di lavoro e tasse pagate. Sono anche il più grande patto intergenerazionale che un Paese possa stipulare: chi lavora oggi sostiene chi ha lavorato ieri, nella certezza che domani il proprio impegno sarà riconosciuto. Chiediamo una scelta politica chiara: regole stabili, certezza del diritto e rispetto del merito.
Nel 2025 è tornata la rivalutazione a scaglioni, ma questo non compensa la precedente perdita di reddito. Vediamo perchè.
Tutti i tagli alle pensioni dal 1996
Nel 1996 le pensioni si rivalutavano al 100% fino a due volte il minimo, al 90% fra due e tre volte il minimo e al 75% per importi superiori, sempre con un meccanismo a scaglioni, L’anno dopo sono state bloccate le perequazione per i trattamenti fino a cinque volte il minimo. Nel biennio successivo è stato poi applicato un meccanismo leggermente più favorevole, bloccando l’indicizzazione sopra le otto volte il minimo, mentre nel 2001 è stata ripristinata la situazione iniziale.
Il decennio seguente ha visto diversi interventi, relativamente limitati, mentre la riforma del 2012 ha prodotto un nuovo taglio importante, con il blocco della rivalutazione pensionistica per i trattamenti sopra le tre volte il minimo. Un giro di vite eccessivo, su cui il Governo ha dovuto poi fare marcia indietro nel 2015 a causa di un pronunciamento di illegittimità della Corte Costituzionale.
Dal 2016 sono infine seguiti una serie di nuovi interventi, che nella maggior parte dei casi hanno sostituito il meccanismo a scaglioni con quello a fasce di reddito pensionistico, che penalizza l’intera somma e non solo la parte eccedente i diversi scaglioni. Ecco una sintesi dei tagli applicati nel corso degli anni, così come evidenziata nel report:
La perdita di potere d’acquisto delle pensioni italiane
Negli ultimi 14 anni, in base ai calcoli CIDA e Itinerari Previdenziali, le pensioni più elevate (oltre le dieci volte il minimo) hanno perso il 21% di potere d’acquisto. Due esempi:
- pensione da 5mila 500 ero lordi mensili (circa 3mila 400 euro netti) ha subito una perdita pari a circa 96mila euro;
- pensione da 10mila euro lordi (circa 6mila netti) ha perso quasi 178mila euro.
Cuzzilla segnala una contraddizione evidente: «1,8 milioni di pensionati con redditi da 35mila euro in su, poco meno del 14% del totale, garantiscono da soli il 46,33% dell’IRPEF dell’intera categoria, eppure sono proprio loro i più colpiti dai tagli e dalla mancata rivalutazione». Poi prosegue: «sostenere i più fragili è un dovere, e la classe dirigente non si è mai sottratta a questa responsabilità, ma diventa un’ingiustizia quando la solidarietà ricade sempre sugli stessi mentre l’evasione resta impunita. Ogni anno il Fisco perde circa 90 miliardi di euro, con il 65% dell’IRPEF che non arriva all’Erario: finché questa voragine non sarà chiusa, non potrà esserci un sistema previdenziale né giusto né sostenibile».
Anche per la CIDA, il blocco della perequazione automatica viene ormai utilizzato dallo Stato come leva contabile per fare cassa, alla stregua di un prelievo forzoso, mettendo in discussione la certezza del diritto.
Il parere della Consulta sulla svalutazione degli assegni
Il tema della rivalutazione è stato a più riprese portato all’attenzione della Corte Costituzionale, che con poche eccezioni ha però sempre ritenuto legittime le misure approvate. Da ultimo, con sentenza 19/2025, le misure previste dalle Manovra 2023 e 2024. In occasione di precedenti pronunce, tuttavia, la stessa Consulta aveva «raccomandato che il “taglio” subito dalle pensioni di importo medio-alto fosse di breve durata, proporzionato e non ripetitivo».
L’associazione CIDA saluta pertanto con favore la decisione del Tribunale di Trento di rimettere nuovamente la questione dei tagli 2023-2024 nella mani della Corte Costituzionale, in particolare sul passaggio dal meccanismo a scaglioni a quello a fasce.
Si chiede anche una decisione al legislatore in vista della prossima Legge di Bilancio, considerato che le penalizzazioni previste negli ultimi 30 anni «rappresentano di fatto e in negativo un unicum tra i Paesi OCSE».