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Confidi come le casse di risparmio del dopoguerra

di Barbara Weisz

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La vision di Rosario Caputo, presidente Federconfidi, sul ruolo di questi organismi nella ripresa post Coronavirus: non solo garanzie, più prestiti e gestione risorse per finanziare le imprese.

«Il nostro mestiere è analogo a quello delle banche» con la differenza che «noi, per missione, siamo vicini alle aziende più fragili». E, se adeguatamente valorizzato, il ruolo dei Confidi potrebbe essere paragonato a quello «delle casse di risparmio del dopoguerra, vicine alle imprese e al territorio». Così Rosario Caputo, presidente di FederConfidi, intervitato da PMI.it sul ruolo che i Confidi potrebbero avere nel sistema Italia, in particolare in questo momento di emergenza economica determinata dal Coronavirus.

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I Confidi possono valorizzare maggiormente la vocazione «di erogare liquidità alle PMI che fanno fatica a ottenere l’accesso al credito – spiega -. Il tema è piuttosto delicato perché far arrivare i soldi alle imprese non è tutt’ora semplice». Ma i Confidi rappresentano un asset importante perché «sono radicati sul territorio, conoscono le imprese direttamente, e soprattutto potrebbero agire in supporto al sistema bancario per aiutarlo nella gestione delle domande di credito».

Prendiamo, ad esempio, il decreto Liquidità, che ha previsto diverse misure per agevolare i prestiti alle imprese attraverso un sistema di garanzie del Fondo PMI piuttosto che di Sace. «In realtà questo provvedimento presenta diversi punti critici. Lo Stato, con questi prestiti, ha fatto una legge che crea un debito». Ci sono delle ragioni tecniche, non agevolissime da comprendere per i non addetti ai lavori, legate anche al fatto che a chiedere i prestiti agevolati in questo periodo «vanno le imprese fragili, con rating bassi». In ogni caso, «le banche si sono trovate con troppe domande, anche perché devono gestire un alto numero di mini-richieste di prestiti. Se i Confidi potessero, per esempio, fare queste operazioni, potrebbero decongestionare sia il sistema bancario sia il fondo centrale di garanzia».

In primis, i Confidi vigilati dalla Banca d’italia, che sono circa 35, e si inseriscono nelle associazioni delle diverse categorie datoriali (Federconfidi fa riferimento al sistema Confindustria). In realtà, il sistema dei Confidi è già sceso in campo in questo primo semestre 2020 a sostengo dell’economia alle prese con il Coronavirus. «Fra gennaio e maggio abbiamo fatto oltre 500 operazioni, per un totale di 33 mln di euro». Un grosso incremento rispetto ai 6,5 mln del 2019. Quindi, a prescindere dagli interventi normativi, «noi ci stiamo già mettendo al servizio della collettività. Il nostro mestiere è analogo a quello delle banche, ma noi per missione siamo vicini alle aziende più fragili». Che spesso fanno fatica a ottenere liquidità dal sistema bancario anche in considerazione del fatto che «le regole di Basilea impongono paletti molto rigidi».

Questo potrebbe essere il momento giusto per farli «evolvere verso un’attività più piena, in modo tale da renderli un canale finanziario alternativo al sistema bancario. Forse più che alternativo, complementare: con le crisi del 2008 e del 2011, abbiamo visto un arretramento del sistema bancario dai territori, una perdita del contatto diretto con le imprese». Per affidarsi a quello che Caputo definisce «il sistema logaritmico dei fidi». Che, per dirla in parole semplici, si basa appunto su parametri rigidi, e comunque non pensati per le PMI.

Ma, a voler vedere il bicchiere mezzo pieno, in questa situazione «si liberano quote di mercato dal punto di vista del credito alle imprese», all’interno delle quali possono posizionarsi i Confidi. Come le casse di risparmio del dopoguerra, appunto. Anche, e forse soprattutto, supporto di micro e piccole imprese. In questo momento i Confidi agiscono soprattutto come intermediario finanziario, insiste Caputo, (sostanzialmente, forniscono garanzia sui prestiti). «I Confidi vigilati possono anche prestare denaro, ma molto poco, e in base a parametri precisi», al 20% della loro operatività. Alzando questo paletto, potrebbero invece fare più prestiti.

Non solo: «perchè non consentirci anche di accedere a fondi pubblici, che abbiano targetizzato i cluster. Lo stato, gli enti locali, le comunità, ci affidano dei denari, con un obiettivo preciso», per convogliarli verso il sistema delle imprese. «Faremmo un servizio alla collettività». Nel privato, questo è già avvenuto, attraverso uno specifico servizio, che gestisce fondi privati per fornire prestiti alle imprese. «Il sistema dei Confidi istruisce la pratica, in base alla quale il fondo eroga i prestiti».

Un ruolo che però è diverso, ad esempio, da quello che svolgono le piattaforme fintech di lending. Il punto è sempre lo stesso: il sistema Confidi mette a disposizione un rapporto con il territorio. «Le Fintech agiscono su motori di ricerca, e spesso sono ancora più selettive del sistema bancario», perché «lavorano su algoritmi meno rischiosi», che richiedono rating molto alti. Magari più veloci, «ma il problema non è la velocità di erogazione, ma la capacità di poter erogare credito a una platea più ampia».

La digitalizzazione, secondo Caputo, (che oltre a presiedere Federcofidi è un imprenditore), non è solo affidarsi a sistemi algoritmici. «L’Italia è fatta di piccole imprese, persone, rapporti umani». Servono in primis infrastrutture digitali, a partire dalla fibra ottica. Si parla tanto di formazione: giusto, «è un tema importante. Ma bisogna tener conto del fatto che le aziende sono pragmatiche: prima il supporto tecnico, poi la formazione, che deve essere consequenziale». Come dire, prima le tecnologie, «poi impareremo ad usarle».

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