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Rivoluzione cloud nelle aziende italiane in tre anni

di Cristiano Guarco

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L'adozione del Cloud computing nelle imprese italiane è ancora un processo in divenire e con tanti ostacoli, ma ci siamo quasi: intervista a Silvio Rugolo, di BMC Software.

Al Cloud Computing Summit, PMI.it ha incontrato i vertici italiani di BMC, attiva nel comparto Business Service Management, per identificare i motivi del ritardo italiano e comprendere l’evoluzione in atto dei software per l’efficienza IT aziendale sotto la spinta del Cloud.

Qual è la realtà odierna del Cloud Computing e quali le prospettive future?

A livello mondiale il Cloud Computing è molto più di una moda: è visto dagli addetti del settore come una vera rivoluzione dopo il boom di Internet.

Negli USA le aziende stanno iniziando a parlare di Social Enterprise e non hanno vincoli culturali dal punto di vista dell’implementazione di applicazioni critiche aziendali all’esterno, con le dovute garanzie di regolarità del servizio, qualità, velocità, affidabilità, disponibilità.

In Italia seguiamo o inseguiamo le innovazioni tecnologiche per problemi storici, siano essi di disponibilità della banda, infrastruttura, lungimiranza dei CEO, ecc.

Cultura e carenza di banda larga sono i veri problemi italiani?

Nel nostro Paese la situazione è complessa.
Nelle grandi aziende il management ha una durata media di due anni: questo implica un problema di scelte decisionali a medio e lungo termine. Così la bilancia tra quel che si chiama in campo economico “innovator dilemma” (“faccio qualcosa per il domani o per capitalizzare l’oggi”) è sempre più orientata all’utile a breve termine in Italia.

L’altro problema è che le scelte coraggiose sono più difficili da compiere.

Infine, l’altra grande paura è che con il Cloud Computing il volume d’affari dell’IT si riduca: il volume tradizionale viene ridotto anche se apre a nuove prospettive, ma al momento nessuno sa individuare bene quali identificarle e quantificarle.

Per un manager che deve eseguire delle scelte, è un bel dilemma.

Manca anche il know how in Italia?

Non credo, abbiamo tecnici molto ma molto validi. In realtà quel che ci manca è quel network di giovanissimi che ci sono invece negli Stati Uniti e che ruotano intorno ai campus e alle start-up, che creano imprese dal nulla e che hanno competenza e vivacità.
Questo processo in Italia è soffocato perché non c’è sufficiente interazione tra università e mondo del lavoro orientata a creare sinergie analoghe.

Ci sono delle eccezioni, come gli “incubatori” che nascono in seno alle università di Milano, ma sono più un’eccezione che una regola.

È necessario moltiplicare queste situazioni, anche perché in Italia abbiamo tra le migliori menti del mondo; bisogna convincersi che possiamo fare di più. E soprattutto bisogna creare un tessuto socio-economico-industriale che permetta di realizzare le iniziative.

Ad ogni modo, quel che sta succedendo qui, oggi, nelle grandi aziende italiane, è quanto successo nelle grandi aziende statunitensi circa tre anni fa: vengono compiuti dei passi in avanti visti come “avvenire”, ma in realtà sta succedendo adesso.

Per le aziende già operative da anni, quanto è facile fare a meno dell’IT interno?

Non lo è, ma paradossalmente è più facile che ristrutturare completamente il proprio IT e farlo diventare efficiente.
Con la tecnologia tradizionale, ci si può spingere fino a un certo punto nell’ottimizzazione di quel che si ha già ma, raggiunto un limite, ci si deve fermare per i vincoli fisici, organizzativi, di processo, di persone, ecc.

Il Cloud Computing invece oggi è un’eccellente opportunità, perché consente di far partire un ambiente completamente diverso per erogare servizi simili, e nel modo più efficiente, performante e a minor costo.

Qual è il vostro ruolo nel Cloud Computing?

Nella nostra visione strategica, BMC mira a diventare il sistema operativo del cloud, e su questo stiamo investendo: attraverso i meccanismi di IaaS, SaaS e PaaS, ci poniamo come abilitatore tecnologico per fare in modo che l’IT possa essere il broker di servizi IT, di qualsiasi tipo.

Allo stesso tempo, miriamo a offrire le nostre soluzioni in modalità cloud.

Oltre al prodotto per l’Help Desk, Remedy, che già offriamo come servizio (Remedy On Demand) permettendo di ottimizzare le risorse secondo le esigenze del cliente finale, ci stiamo ora concentrando su Remedy Force, applicazione offerta su piattaforma force.com: una sorta di start-up all’interno di BMC, mira a conquistare il mercato delle PMI offrendo una soluzione sempre più completa.

Quale ruolo svolge il Cloud nella “mobile revolution” in cui tablet e smartphone sono gli attori principali?

Nascendo come IaaS (infrastructure as a service), il Cloud sta disaccoppiando la potenza elaborativa dal device.

Amazon, per esempio, ha appena lanciato un nuovo browser che, per la prima volta, è composto da una parte leggera che gira in locale, mentre il resto dell’elaborazione gira in remoto.

Quel che sta succedendo, dunque, è che le applicazioni si stanno disaccoppiando come interfaccia ed elaborazione, con quest’ultima che avviene da un’altra parte: arriveremo ad avere una applicazione pesante come Photoshop sul Cloud, con un’interfaccia leggera sul nostro device mobile ed il motore elaborativo dell’applicazione che girerà sul sito di Adobe.
Ecco perché il cloud e il mobile vanno considerati insieme.