L’hosting virtuale sposa il network

di Alessandro Longo

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Un provider di hosting che rende virtuali le piattaforme e le distribuisce su reti in tutto il mondo: è più economico e facilita il ripristino dei dati. PMI.it lo ha visto in azione a Ginevra

C’è una coppia di servizi innovativi che muovono i primi passi: l’hosting virtuale e il disaster recovery via network. Pmi.it li ha visto in azione a Ginevra, nel datacenter di Interoute, un’azienda londinese con un network di 53 mila chilometri in fibra, che si estende da New York a Sofia, da Madrid a Milano, fino alla Scandinavia. Interoute ha sette datacenter sparsi per l’Europa. È proprio grazie alla forza della rete che Interoute è riuscita a lanciare, qualche settimana fa, un primissimo esempio di servizio hosting network-centrico.

Come funziona? Si parte dal concetto di hosting virtuale, che di per sé è ormai una cosa consueta e che si pone tra l’hosting fisico e quello condiviso. Un utente si collega dal computer o dal palmare dell’azienda, via internet tramite un account, al proprio sistema operativo virtuale, dove fa girare le applicazioni e i servizi che vuole. Come se fosse un computer o un server normale. Il sistema è virtuale perché non occupa un hard disk o un computer dedicato, ma alcune parti di risorse hardware. Nell’hosting virtuale tradizionale, però, queste risorse sono concentrate in un solo datacenter; al solito, prendono una parte di un hard disk. La novità dell’hosting virtuale network-centric è invece che le risorse possono essere sparpagliate lungo i vari datacenter europei. La virtualizzazione diventa quindi senza frontiere.

L’utente può spostare il sistema virtuale, con alcuni clic dall’interfaccia di Interoute, da un datacenter all’altro in Europa, a seconda della convenienza del momento. Oppure lo stesso sistema virtuale può girare su molteplici datacenter in contemporanea, anche distanti migliaia di chilometri, allo scopo di fare ridondanza dei dati oppure per suddividere i carichi di lavoro tra diverse risorse hardware. I vantaggi? Le economie di scala ottenibili grazie all’impegno di una rete trans-nazionali, nella fornitura del servizio, permettono di abbatterne i costi all’utente finale. La possibilità di suddividere il sistema tra vari datacenter migliora la flessibilità del servizio, cioè amplia le configurazioni possibili. Terzo vantaggio: il disaster recovery diventa a sua volta trans-nazionale e quindi intrinsecamente più sicuro.

Ipotizziamo che il sistema di una banca vada ko, magari per un virus, un attacco informatico. In automatico e immediatamente si attiva la copia di quel sistema, posta in un datacenter esterno. Nel giro di un tempo variabile da 50 millisecondi a qualche minuto (secondo una stima Interoute) è in grado di offrire gli stessi servizi, dai computer del personale e agi clienti che per esempio si connettono per fare e-banking. Va ko anche la copia? Interviene quella di un secondo datacenter, in un’altra nazione. Il che serve soprattutto nel caso di disastri su larga scala, alluvioni, blackout, addirittura guerre, che possono coinvolgere l’intera città o Paese dov’è presente il sistema fisico. I servizi (per esempio hosting di siti web), forniti dall’azienda coinvolta del disastro, come se niente fosse continueranno a essere disponibili agli utenti finali

È ovvio che il cliente di Interoute ha varie opzioni. Può affidare anche il servizio base all’hosting virtuale network-centric e quindi non tenere niente “in casa”. Oppure può mettere in housing i propri computer presso un datacenter Interoute, che si occuperà della sicurezza informatica e fisica dei dati (occupandosi per esempio del raffreddamento, di sistemi anti incendio, anti intrusione…). In entrambi i casi, Interoute fornirà il disaster recovery con ridondanza di dati all’interno dello stesso datacenter e/o in altri in una nazione più o meno distante. Sono tutte scelte che fa l’utente, concordate con Interoute, e che incidono sul prezzo finale. Terza opzione: l’utente si tiene i dati, i server in casa, ma affida ridondanze e disaster recovery a Interoute.

La visita al datacenter di Ginevra chiarisce il gioco di equilibri che sta dietro tutto questo. Un normale datacenter è tutto ridondato: non solo i dati ma anche i sistemi di raffreddamento, i generatori di energia, le sicurezze anti-incendio eccetera. Ecco perché si può dire che il disaster recovery via network sia semplicemente un livello aggiuntivo sovrapposto a questa ridondanza basilare, fatta in locale. C’è poi un back up anche del personale addetto a monitorare i server e a offrire assistenza tecnica ai clienti. Questo caso è più interessante, perché nel caso di Interoute gode di entrambi i livelli di ridondanza (locale e via network). Nella stanza di monitoraggio il personale fa i turni, così c’è sempre qualcuno 24 ore su 24 e sette giorni su sette. La stanza inoltre ha un doppione speculare a Praga e ancora una volta è la rete a coordinare il tutto.

Questa novità nasce infatti come conseguenza della crescita della banda larga e delle reti mondiali. Già l’hosting virtuale classico è reso possibile dall’avvento della banda larga ed era impraticabile in tempi di dial-up. L’hosting virtuale su network trans-nazionale, quindi, è frutto di un’ulteriore crescita della rete. Si fonda sulle capacità della rete di spostare dati velocemente da un capo all’altro del Continente. Sfrutta due tendenze innovative, quindi: da una parte, il fatto che la banda larga si diffonde in modo sempre più omogeneo in varie parti d’Europa, su fibra ottica, anche nei cosiddetti Paesi in via di sviluppo. Tendenza che Interoute cavalca e infatti ora mira a estendere la rete anche in Medio Oriente e in Nord Africa.

Dall’altra, si trae vantaggio dal fatto che le reti diventano sempre più standard, grazie al trionfo di ethernet e di sistemi all-IP (che tendono a sostituire protocolli come l’Atm). Di conseguenza, la rete anche a livello internazionale diventa più affidabile e prevedibile, quindi è ora possibile affidargli disaster recovery e hosting virtuali su vasta scala geografica.

In fondo alla scommessa di Interoute c’è però un rischio, lo stesso che corrono- del resto- tutti i pionieri di nuove tendenze: di scontrarsi con le resistenze culturali del pubblico. Il che è vero soprattutto in Italia: solo adesso le nostre Pmi stanno cominciando, in forte ritardo con il resto d’Europa, ad apprezzare i vantaggi della banda larga, anche se l’amore per il dial-up ancora non si è del tutto incrinato. Saranno disposte ad affidare i propri dati a pezzi di datacenter distanti migliaia di chilometri? Rinunceranno all’idea di sapere dov’è posizionato, fisicamente, il proprio server virtuale da cui erogano servizi centrali per il proprio business? Forse l’offerta di Interoute è troppo avanti per le pmi italiane (a cui pure, tuttavia, cerca di rivolgersi, come a quelle di altri Paesi europei).

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