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Chapeau intervista Marco Palmieri, founder e CEO di Piquadro

di Redazione PMI.it

16 Ottobre 2026 14:05

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Dalle vendite dal baule dell'auto a un gruppo da 180 milioni di euro: l'incredibile storia di Piquadro tra sfide e successi futuri.
Fondatore e presidente del Gruppo Piquadro, eccellenza italiana della pelletteria e degli accessori per il business e il viaggio, Marco Palmieri ha trasformato un’attività artigianale gestita in casa n una realtà internazionale quotata in Borsa, capace di superare i 180 milioni di euro di fatturato.Con un percorso non convenzionale iniziato abbandonando gli studi per seguire l’istinto imprenditoriale, è arrivato a controllare marchi storici del lusso.

La video intervista di Chapeau a Marco Palmieri

In un’ampia intervista senza filtri concessa al canale Chapeau, l’imprenditore ripercorre i suoi 38 anni di carriera svelando i retroscena di una crescita costellata di intuizioni geniali, azzardi finanziari, crisi superate e scelte controcorrente. Dalle prime vendite di marsupi effettuate direttamente dal baule dell’auto alle strategie di produzione tra Italia e Cina, fino al processo di managerializzazione e all’adozione dell’intelligenza artificiale, Palmieri offre uno spaccato autentico su cosa significhi fare impresa oggi.

Dagli esordi in casa ai primi passi nella pelletteria

La storia imprenditoriale di Marco Palmieri comincia a soli 17 anni, sfruttando la propria inventiva e la partita IVA materna per acquistare e rivendere pelletteria spostandosi in auto. A 22 anni abbandona poi gli studi e apre la propria azienda tra mille difficoltà.

Negli anni Novanta, per farsi spazio in un mercato dominato da colossi come The Bridge e Mandarina Duck, Palmieri adotta una strategia aggressiva: pur non avendo ancora una forte identità di design, garantisce ai negozianti riassortimenti record in 24 ore e posiziona i propri portafogli nelle tabaccherie accanto ai prodotti di alta gamma, aumentando rapidamente il volume d’affari.

L’invenzione Piquadro e l’intuizione tecnologica

Nel 1998 nasce ufficialmente il marchio Piquadro. L’intuizione vincente di Palmieri è quella di intercettare le esigenze di un pubblico nuovo e in rapida crescita: gli amanti della tecnologia e del mondo professionale. In un’epoca in cui i primi computer portatili erano pesanti e ingombranti, Piquadro rivoluziona il settore imbottendo le borse con materiali protettivi, moltiplicando tasche e scomparti dedicati e abbinando il cuoio o il tessuto tecnico nero ad accessori in acciaio dal gusto contemporaneo.

Per sostenere lo sviluppo del brand e l’apertura del primo prestigioso flagship store in via della Spiga a Milano, Palmieri non esita a rischiare sul piano finanziario, ottenendo 2 miliardi di lire di finanziamenti bancari per finanziare negozio e campagne pubblicitarie. La risposta del mercato è immediata e porta il fatturato a sfiorare i 10 milioni di euro, consacrando Piquadro come punto di riferimento nella pelletteria tecnica.

Le sfide finanziarie, la Cina e lo sbarco in Borsa

L’espansione di Piquadro passa anche attraverso decisioni pionieristiche sul fronte produttivo. Già nel 1995, Palmieri intuisce i vantaggi della delocalizzazione e si reca in Cina per avviare una struttura produttiva controllata, affrontando le enormi sfide logistiche e infrastrutturali della Cina dell’epoca. Questo passaggio garantisce all’azienda margini più elevati e risorse necessarie per investire continuamente nel marchio, sostenendo tassi di crescita annui compresi tra il 20% e il 30%.

Per finanziare la crescita senza soffocare l’azienda di debiti, Palmieri si affida progressivamente all’ingresso di fondi di private equity, perfezionando operazioni finanziarie sempre più sofisticate. Nel 2007, proprio alla vigilia della grande crisi finanziaria globale scatenata dai mutui subprime, Piquadro si quota alla Borsa Italiana con una valutazione di 110 milioni di euro. Nonostante le turbolenze dei mercati e le successive crisi del debito sovrano che hanno colpito duro il settore retail, l’azienda riesce a riorganizzare la propria rete distributiva puntando sui negozi diretti e sull’e-commerce.

Le acquisizioni strategiche: The Bridge e Lancel

Raggiunta la maturità con il marchio Piquadro, il gruppo avvia una fase di espansione per linee esterne. Nel 2016 Palmieri rileva The Bridge, lo storico marchio toscano di pelletteria che anni prima prendeva a modello. L’azienda versava in gravi difficoltà finanziarie con perdite operative significative; grazie a un aumento di capitale di 10 milioni di euro, al rilancio del cuoio tradizionale con nuove varianti cromatiche e alla riorganizzazione dei processi, The Bridge torna in utile arrivando a fatturare oggi circa 40 milioni di euro.

Nel 2018 arriva l’operazione più ambiziosa: l’acquisizione di Lancel dal colosso mondiale del lusso Richemont. La maison parigina con 150 anni di storia fatturava 55 milioni di euro ma registrava forti perdite. Palmieri struttura un accordo innovativo senza esborso iniziale diretto, rilancia gli archivi storici come la celebre borsa Premier Flirt, sposta la produzione in Italia e riporta il marchio a superare i 70 milioni di euro di fatturato.

La scommessa del Corno alle Scale e l’impegno per il territorio

Nonostante la dimensione globale raggiunta dal gruppo, Palmieri mantiene salde le proprie radici a Gaggio Montano, sull’Appennino emiliano. Nel 2020, di fronte al rischio di chiusura della stazione sciistica del Corno alle Scale, fondamentale per l’economia e l’occupazione locale, l’imprenditore decide di rilevarne la gestione.

La scelta, definita da molti rischiosa a causa dei cambiamenti climatici e della riduzione delle nevicate, risponde alla volontà di tutelare oltre 100 posti di lavoro stagionali e un indotto capace di attirare 100.000 visitatori all’anno. Per Palmieri si tratta di un investimento sociale volto a “comprare tempo” per il territorio, consentendo agli operatori locali di diversificare l’offerta turistica verso il trekking, la mountain bike e la gastronomia anche nelle stagioni calde.

Le sfide, l’evoluzione e la visione sul futuro

Oggi il Gruppo Piquadro conta circa 170 boutique monomarca nel mondo e un fatturato complessivo di oltre 180 milioni di euro. La sfida più grande per Palmieri riguarda la trasformazione dell’assetto societario: evolvere da un’impronta fortemente accentrata sulla figura del fondatore a una struttura manageriale solida e indipendente, in grado di proiettare il gruppo verso il traguardo di un miliardo di euro di valore.

In questo percorso di ammodernamento, un ruolo centrale è affidato all’intelligenza artificiale, impiegata attivamente nell’assistenza clienti, nella previsione della difettosità dei prodotti, nella segmentazione dei punti vendita e nell’ottimizzazione della logistica di magazzino. Per quanto riguarda il fare impresa in Italia, Palmieri sottolinea come il Paese offra un ecosistema manifatturiero unico al mondo, invitando i giovani imprenditori ad avere visioni chiare ma anche la flessibilità necessaria per correggere la rotta di fronte alle inevitabili difficoltà del mercato.