Studi di settore, basta con la rigidità!

di Noemi Ricci

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Gli studi di settore non riescono a coprire tutte le casistiche a livello territoriale, così la Cassazione ha decretato che la crisi giustifica le differenze con quanto dichiarato, mentre l'Agenzia promette più attenzione al contribuente

Studi di settore troppo rigidi o inadatti a rappresentare la reale situazione delle imprese in Italia? Secondo l’ordinanza n. 18941 depositata ieri dalla Corte di Cassazione, la crisi accertata in un determinato settore industriale e in un territorio giustifica le incongruità con quanto dichiarato e quanto previsto dallo studio di settore.

Gli adeguamenti effettuati per tener conto dell’impatto della crisi, infatti, non riescono a coprire tutte le situazioni che si vengono a verificare, in particolare in riferimento alla territorialità, che non riesce ad essere valutata in maniera esaustiva da uno studio sulle varie attività svolte.

Gli studi di settore rappresentano un utile strumento presuntivo del reddito ma non dovrebbero essere applicati in maniera troppo rigida. Organizzazioni di commercianti, artigiani e Pmi, reclamano un maggiore e migliore dialogo con l’amministrazione finanziaria mediante funzionari preparati e attenti alle spiegazioni dei contribuenti.

L’Agenzia delle Entrate ha dichiarato il proprio impegno per far sì che gli uffici non si muovano solo nell’ottica di effettuare un certo numero di controlli ma che prestino una maggiore attenzione verso i contribuenti.

Ha inoltre invitato imprese e professionisti ad acquisire una giusta cultura nella gestione degli studi di settore e a raccogliere elementi oggettivi utili in caso di confronto con le Entrate, oltre a chiedere segnalazioni puntuali e comunicazioni eventuali comportamenti anomali da parte degli uffici.