PMI e il settore ricerca e sviluppo

di Marcello Solazzo

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L'innovazione passa anche per la ricerca e lo sviluppo di nuove risorse. Facciamo il quadro della situazione dell'R&S nell'impresa italiana

Negli ultimi decenni la globalizzazione dei mercati ha profondamente alterato lo scenario macroeconomico italiano e mondiale. In particolare, molti dei problemi tradizionali ai quali le PMI devono far fronte -mancanza di finanziamenti, difficoltà di sfruttamento della tecnologia, capacità imprenditoriali limitate, scarsa produttività, vincoli normativi- si sono aggravati nell’odierno sistema globalizzato causando perdita di competitività in tutti i settori dell’economia.

In tale scenario, l’adozione di innovazioni tecnologiche è una condizione necessaria al rilancio della competitività dell’economia nazionale e, in particolare, delle piccole e medie imprese.

Del resto, il ritardo accumulato dalle imprese italiane in tale settore non fa che aggravare una situazione poco vivace e stimolante. L’indicatore che più frequentemente viene utilizzato per confrontare le performance dei diversi Paesi nel campo della ricerca scientifica è l’incidenza percentuale della spesa per R&S sul PIL.

Secondo i dati pubblicati dall’OCSE (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico), tale indicatore ha sfiorato nel 2001 il 2% come media per l’Unione europea (Ue), mentre il valore medio per i Paesi OCSE è risultato pari al 2,28%.

Nel contesto internazionale, dunque, l’Italia resta al di sotto della media dei propri partner, con un’incidenza della spesa sul PIL pari solo all’1,09%.

La debolezza della ricerca in Italia emerge in modo ancora più significativo nel confronto puntuale con alcuni Paesi europei: nel 2001 in Svezia il rapporto tra la spesa per R&S e PIL è stato pari al 4,27%, in Finlandia al 3,41% e in Germania l’intensità della ricerca ha raggiunto il 2,46%.

Analizzando le performance del sistema della ricerca privata italiana, il primo aspetto che emerge è che le attività di R&S si presentano fortemente concentrate nel segmento delle grandi imprese: nel 2001 l’82,8% della spesa complessiva per R&S intra-muros (si intende la ricerca svolta dalle imprese al proprio interno, con proprio personale e con proprie attrezzature) è stato sostenuto dalla grande industria; il contributo delle piccole e medie imprese alla spesa per ricerca è risultato, di conseguenza, drammaticamente marginale.

Le rilevazioni dell’Istat sulla R&S consentono, d’altra parte, di individuare le fonti di finanziamento a cui attingono le imprese per lo svolgimento dell’attività di ricerca.

In particolare, i dati disponibili hanno esaltato il ruolo fondamentale svolto dall’autofinanziamento che ha rappresentato oltre il 66% dei fondi per la R&S delle imprese. Questo ultimo dato assume particolare rilievo se si considera che solo il 14,9% degli investimenti delle imprese in R&S è stato invece finanziato dalle amministrazioni pubbliche.

I dati hanno evidenziato, inoltre, come la dimensione aziendale abbia rappresentato una significativa discriminante nell’acquisizione di forme di sostegno da parte del settore pubblico centrale: le piccole e medie imprese innovatrici hanno ottenuto soltanto il 22,8% del sostegno complessivo proveniente dal settore pubblico.

I principali strumenti previsti dalla normativa italiana in materia di sostegno alle attività di R&S sono: il FIT (Fondo per l’Innovazione Tecnologica) istituito dalla legge 46/82 e riformato dalla direttiva ministeriale del 16 gennaio 2001, ed il FAR (Fondo per le Agevolazioni alla Ricerca) che, introdotto dalla legge 1089/68, è stato successivamente disciplinato dall’approvazione del D.Lgs 297/99 e dal relativo decreto di attuazione (DM 8 agosto 2000, n. 593).

I due precedenti strumenti rientrano nell’ambito della riforma del sistema degli incentivi pubblici nazionali in favore delle attività di ricerca industriale e di sviluppo tecnologico che è diventata effettivamente operativa all’inizio del 2001.

L’attuazione della riforma aveva essenzialmente lo scopo di razionalizzare i vari strumenti legislativi e semplificare le procedure operando una riunificazione dell’assetto normativo al fine di mettere a disposizione delle imprese un unico strumento articolato in una pluralità di interventi.

La normativa stabilisce che le agevolazioni possono essere concesse a fronte di attività di ricerca industriale intendendo per tale, secondo la definizione normativa, «la ricerca pianificata o le indagini critiche miranti ad acquisire nuove conoscenze, utili per la messa a punti di nuovi prodotti, processi produttivi o servizi o per conseguire un notevole miglioramento dei prodotti, processi produttivi o servizi esistenti».

Il sostegno può anche estendersi alle attività di sviluppo precompetitivo che sono finalizzate alla concretizzazione dei risultati della ricerca industriale in un piano o un progetto relativo a prodotti, processi produttivi o servizi nuovi destinati alla vendita o all’utilizzazione.

La differenza sostanziale fra questi due strumenti di sostegno alla ricerca risiede nella distribuzione percentuale fra attività di ricerca industriale ed attività di sviluppo precompetitivo.

In particolare, in base alle disposizioni contenute nel testo legislativo, il FAR stabilisce che le attività di sviluppo precompetitivo sono finanziabili purché necessarie alla validazione dei risultati delle attività di ricerca industriale e come tali non possono essere preponderanti rispetto a queste ultime.

Le agevolazioni concedibili dal FIT, invece, sono destinate a programmi che comprendono attività di solo sviluppo precompetitivo e a progetti di sviluppo che incorporano anche attività di ricerca industriale.

Le forme tecniche per la concessione dell’agevolazione spettante sono costituite da un mix di contributo a fondo perduto e di credito agevolato con ripartizione differente a seconda che si tratti di attività di ricerca industriale o di sviluppo precompetitivo.

Per ciascuna tipologia di attività esistono poi, al verificarsi di talune condizioni particolari, una serie di maggiorazioni del contributo a fondo perduto. In tale ottica si colloca l’incremento del 10% per i progetti presentati dalle PMI.

Questi strumenti agevolativi non hanno portato, negli anni successivi alla loro introduzione, significativi miglioramenti al sistema della ricerca italiana, nonostante le nuove opportunità introdotte. I dati Istat rilevano, infatti, che la spesa complessiva per R&S all’interno delle imprese continua, tuttora, ad essere sostenuta per gran parte dalle grandi industrie; il sostegno all’innovazione tecnologica proveniente dal settore pubblico rappresenta ancora una quota marginale della spesa totale per R&S e l’accesso delle PMI al sistema pubblico di incentivazione risulta, a tutt’oggi, fortemente limitato.

Dall’analisi esposta in precedenza, se si tiene conto della particolare composizione del sistema delle imprese in Italia, costituito in larghissima parte dalle PIM, emerge chiaramente come la quasi totalità delle imprese italiane sia rimasta esclusa dall’accesso ai fondi di incentivazione alla ricerca.

Parte da questo presupposto la necessità per i governi di facilitare i processi di innovazione attraverso l’attuazione di adeguate strutture regolamentari, legislative ed economiche che permettano, in primo luogo, alle piccole e medie imprese di affrontare le sfide imposte dalla globalizzazione delle economie.

In un simile scenario, caratterizzato da tali disequilibri, appare d’importanza vitale per il tessuto produttivo italiano non solo rifinanziare in modo opportuno i fondi strutturali di sostegno alla ricerca, ma anche individuare nuovi strumenti normativi che consentano alle piccole e medie imprese di creare maggiori opportunità per accrescere la competitività del proprio sistema produttivo.

Il problema è quello di tramutare le notevoli potenzialità, derivanti dall’adozione di nuovi processi di innovazione, in reali opportunità che potrebbero contribuire a dare un nuovo slancio ad un sistema economico nazionale che arranca e fatica a sostenere i ritmi di crescita dei Paesi concorrenti.