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Taglio rivalutazione pensioni 2027: assegni medio-alti a rischio

di Anna Fabi

13 Ottobre 2026 10:48

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Taglio rivalutazione pensioni: la Consulta ha legittimato il calcolo sull'intero assegno e la Manovra 2027 potrebbe riprenderlo, con perdite fino a 1.300 euro l'anno

Il taglio della rivalutazione delle pensioni medio-alte applicato nel 2023 e nel 2024 ha superato l’esame della Corte costituzionale, pertanto la Legge di Bilancio potrebbe riproporlo per contenere una spesa previdenziale in forte crescita. Il sistema applica la percentuale ridotta a tutto l’importo (compresa la parte entro la soglia di adeguamento pieno) e, per chi incassa più di quattro volte il trattamento minimo INPS, renderebbe più basso l’aumento delle pensioni nel 2027.

La differenza si trascinerebbe negli anni seguenti, perché ogni nuova perequazione si calcola sull’importo già ridotto. La scelta spetta al Governo, che la renderà nota con il disegno di legge di bilancio.

In sintesi:

  • la Corte costituzionale ha dichiarato non fondate le questioni sui tagli 2023-2024 (sentenze n. 19/2025 e n. 52/2026);
  • il Documento programmatico di finanza pubblica stima a legislazione vigente una spesa per le pensioni 2027 del +4,2% sul 2026;
  • con il calcolo sull’importo complessivo dell’art. 1, comma 309, della Legge n. 197/2022 la percentuale ridotta, dall’85% al 32% dell’indice, si applica all’intero assegno sopra 2.447,40 euro lordi mensili;
  • con un indice al 2,9% una pensione da 3.500 euro lordi perderebbe circa 555 euro lordi l’anno rispetto agli scaglioni in vigore.

Tagli 2023-2024 legittimi e senza rimborso

Il calcolo della rivalutazione sull’intero assegno usato nel 2023 e nel 2024 è conforme alla Costituzione e non dà diritto a rimborsi: la Corte costituzionale ha dichiarato non fondate le questioni sollevate su entrambe le leggi di bilancio. Con la sentenza n. 19/2025 sui tagli alla rivalutazione, depositata il 14 febbraio 2025, ha respinto le eccezioni della Corte dei conti della Toscana, chiamata in causa dal ricorso di un ex dirigente scolastico, e della Campania sull’art. 1, comma 309, della Legge n. 197/2022, osservando che la misura raffredda la rivalutazione senza paralizzarla.

La sentenza n. 52/2026, depositata il 16 aprile 2026, ha esaminato le questioni del Tribunale di Trento sul sistema a blocchi e ha giudicato marginali gli effetti di appiattimento fra pensioni di importo vicino, mentre i casi di sorpasso sono neutralizzati dalle clausole di salvaguardia. Le due pronunce riconoscono al legislatore un ampio margine nel bilanciare l’adeguamento degli assegni con i conti pubblici, e lasciano quindi al Governo la possibilità giuridica di riproporre il meccanismo nella Manovra 2027.

La sentenza n. 19/2025 indica però anche un limite: richiamando la propria giurisprudenza, la Corte ha ricordato che la reiterazione frequente di misure sulla perequazione espone il sistema a tensioni e ha auspicato una disciplina più stabile. Un terzo intervento dopo quelli del 2023 e del 2024 andrebbe valutato anche alla luce di questo monito.

Il precedente opposto è la sentenza n. 70/2015, che dichiarò illegittimo il blocco della rivalutazione 2012-2013 per le pensioni sopra tre volte il minimo, disposto dall’art. 24, comma 25, del D.L. n. 201/2011. Il Governo rispose con il D.L. 21 maggio 2015, n. 65, che riconobbe un rimborso parziale. In trent’anni, secondo il rapporto di Itinerari Previdenziali e CIDA, la perdita di potere d’acquisto delle pensioni medio-alte supera un quarto del valore degli assegni.

Spesa pensioni 2027: 14,7 miliardi in più

La spesa per pensioni sale a 366,5 miliardi di euro nel 2027, il 4,2% in più, anche per l’indicizzazione degli assegni all’inflazione, secondo il DPFP. Lo scostamento di bilancio chiesto con lo stesso documento copre solo energia e difesa, per cui ogni misura sulle pensioni va finanziata con risparmi o nuove entrate.

Il calcolo sull’intero assegno è un risparmio già sperimentato e validato dalla Consulta. Secondo indiscrezioni di stampa il ritorno al modello 2023 sarebbe fra le opzioni valutate dai tecnici del Governo e della Ragioneria per la Manovra 2027; nel 2023 e nel 2024 lo stesso sistema ha infatti ridotto la spesa di 2,1 e di quasi 4,1 miliardi, al netto degli effetti fiscali. Non risultano tuttavia conferme ufficiali né percentuali fissate.

Scaglioni e importo complessivo: regole a confronto

Con le regole in vigore, la rivalutazione per scaglioni riconosce l’indice pieno sulla quota di pensione fino a quattro volte il minimo, il 90% sulla quota fra quattro e cinque volte e il 75% sulla parte eccedente, ai sensi dell’art. 1, comma 478, della Legge 27 dicembre 2019, n. 160, che rinvia al meccanismo dell’art. 34, comma 1, della Legge 23 dicembre 1998, n. 448. Ogni pensione ottiene così l’adeguamento integrale almeno sulla prima quota, misurata sul minimo 2026 di 611,85 euro fissato dalla Circolare INPS n. 153 del 19 dicembre 2025.

Il calcolo sull’importo complessivo dell’art. 1, comma 309, della Legge 197/2022 e dell’art. 1, comma 135, della Legge 30 dicembre 2023, n. 213 assegnava invece una sola percentuale a tutto l’assegno in base alla fascia di appartenenza. Superare una soglia anche di pochi euro faceva scendere l’adeguamento sull’intera pensione: per attenuare il salto, le due norme garantiscono a chi supera il limite un aumento sufficiente a raggiungere l’importo limite rivalutato con la percentuale della fascia precedente.

Applicate alle soglie 2027, le percentuali della legge di Bilancio 2023 sarebbero queste:

Pensione lorda mensile 2027 Percentuale dell’indice sull’intero assegno
fino a 2.447,40 euro 100% (art. 1, comma 309, lett. a), L. n. 197/2022)
da 2.447,41 a 3.059,25 euro 85% (art. 1, comma 309, lett. b), n. 1, L. n. 197/2022)
da 3.059,26 a 3.671,10 euro 53% (art. 1, comma 309, lett. b), n. 2, L. n. 197/2022)
da 3.671,11 a 4.894,80 euro 47% (art. 1, comma 309, lett. b), n. 3, L. n. 197/2022)
da 4.894,81 a 6.118,50 euro 37% (art. 1, comma 309, lett. b), n. 4, L. n. 197/2022)
oltre 6.118,50 euro 32% (art. 1, comma 309, lett. b), n. 5, L. n. 197/2022); 22% nella versione 2024 dell’art. 1, comma 135, lett. b), n. 5, L. n. 213/2023

Pensioni medio-alte: la simulazione delle perdite per importo

Con un indice di perequazione al 2,9%, valore centrale delle stime sull’indice FOI in attesa del dato definitivo, il ritorno all’importo complessivo toglierebbe agli assegni medio-alti da circa 11 a oltre 100 euro lordi al mese. Le simulazioni assumono un solo trattamento pensionistico, le percentuali del 2023 e le soglie calcolate sul minimo 2026; percentuali diverse nel testo del Governo cambierebbero i valori.

La tabella riporta la perdita annua lorda, su tredici mensilità, rispetto all’aumento calcolato con gli scaglioni in vigore:

Pensione lorda mensile Perdita lorda annua
2.500 euro 139 euro
3.000 euro 149 euro
3.100 euro 522 euro
3.500 euro 555 euro
4.000 euro 688 euro
5.000 euro 982 euro
6.500 euro 1.319 euro

Il salto si concentra sopra cinque volte il minimo, pari a 3.059,25 euro: chi supera di poco quella soglia scende al 53% dell’indice su tutto l’assegno e la perdita annua più che triplica, da circa 150 a oltre 500 euro. La clausola di salvaguardia protegge solo le pensioni fino a 3.134,66 euro, che ricevono comunque l’aumento necessario a raggiungere quella cifra. Sopra dieci volte il minimo la percentuale del 2024, al 22%, ridurrebbe a 41,47 euro l’aumento di una pensione da 6.500 euro.

Sul netto la perdita è più bassa, perché una parte dell’aumento mancato sarebbe tornata all’erario come IRPEF: su una pensione da 3.500 euro lordi, con un reddito annuo fra 28.000 e 50.000 euro e le regole IRPEF del 2026, il prelievo effettivo sull’aumento vale circa il 36% e la perdita netta scende a circa 355 euro l’anno, addizionali escluse. Per chi ha altri redditi o detrazioni, il calcolo IRPEF sulla pensione lorda con e senza aumento restituisce la perdita netta sul proprio caso. La differenza si conserva negli anni successivi, perché le rivalutazioni future si applicano all’importo ridotto.