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Rifiuti elettronici: i punti deboli della gestione RAEE in Italia

di Peppe Croce

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Necessarie nuove regole per la gestione e tracciabilità dei rifiuti elettronici in Italia, prima che sia troppo tardi: i dati ReMedia sul mercato RAEE e le stime fino al 2019.

Ogni anno, in Italia, almeno un terzo dei rifiuti elettronici viene disperso e sfugge dai corretti canali di smaltimento, con una perdita per i raccoglitori consorziati e tracciati di 15 milioni l’anno. Una situazione preoccupante anche in vista degli obblighi europei, che impongono al nostro paese di smaltire a norma almeno l’85% dei RAEE (Rifiuti da Apparecchiature Elettriche ed Elettroniche) entro il 2019.

RAEE, leggi la nuova normativa UE

L’allarme è stato lanciato dal Consorzio ReMedia per la raccolta e smaltimento dei rifiuti elettronici, nel rapporto “Il Sistema Nazionale di gestione dei RAEE, Studio dei flussi e proposte per il raggiungimento dei target europei”.

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I dati 2011 fotografano una situazione non buona: su 14,6 kg per abitante di RAEE prodotti, solo 5 kg sono passati dal Registro Nazionale (e quindi tracciati e smaltiti correttamente). Altri 5 kg sono passati dal cosiddetto Canale Informale (società non iscritte ai consorzi) e di conseguenza non tracciabili. Il resto è semplicemente svanito nel nulla.

Chi produce e smaltisce i rifiuti

Secondo ReMedia a distorcere il mercato sono proprio gli operatori non iscritti ai consorzi che operano nel Canale Informale: smaltitori di RAEE non in regola con gli standard richiesti e non sempre in grado di garantire la tracciabilità dei rifiuti che trattano.

In realtà, anche per quanto concerne i produttori di apparecchiature elettriche ed elettroniche (AEE) si scopre che esistono molti “Free Rider”: aziende produttrici non iscritte al Registro Nazionale o che dichiarano quantità di prodotti elettronici immessi sul mercato inferiori a quelle reali.

Anche in questo caso il peso di questi soggetti è alto: nel 2011 sono state immesse sul mercato italiano 1,2 milioni di tonnellate di AEE (20 kg per abitante) ma 300mila tonnellate sono state “inghiottite” dai Free Rider.

RAEE: un business poco sfruttato

I RAEE professionali

Ancora peggiore è la situazione dei cosiddetti RAEE Professionali, cioè i rifiuti del circuito business-to-business prodotti dalle aziende. Secondo ReMedia nel 2011 sono state immesse sul mercato circa 460mila tonnellate di AEE professionali. Quasi mezzo milione sono “entrate”, quindi, ma appena il 31% di esse sono “uscite” sotto forma di RAEE.

Di queste, poi, solo l’11% è passato dai consorzi mentre il 57% è stato trattato da operatori non specializzati e il 20% è stato esportato. Soprattutto verso Cina ed Estremo Oriente, dove queste pericolose apparecchiature ricche di metalli pesanti e sostanze tossiche vengono disassemblate spesso senza il minimo riguardo per la salute degli operai e per la tutela dell’ambiente.

La normativa

Il fatto che in Italia si riesca ad eludere la legge e a produrre apparecchiature elettroniche non correttamente registrate è il presupposto del successivo smaltimento illegale, a sua volta un crimine facilmente perpetrabile in assenza dei necessari controlli: se non ho la certezza di quanto materiale entra nel mercato, non saprò mai quanto ne deve essere inviato allo smaltimento negli anni successivi.

Alla luce dei dati, dunque, appare necessario cambiare in fretta il sistema di gestione e tracciabilità dei rifiuti prima che sia troppo tardi.

Consulta la normativa italiana su SISTRI e tracciabilità dei rifiuti

Spiega infatti Danilo Bonato, direttore generale di ReMedia: “I dati e l’analisi dei flussi del settore sono un elemento fondamentale per evidenziare le problematiche della filiera dei RAEE, considerando le evoluzioni future e i nuovi obiettivi imposti dalla UE.

Alla luce della situazione che emerge dallo studio, è chiaro che serve un cambiamento a livello normativo che impedisca agli operatori non ufficiali di sottrarre una parte consistente di rifiuti tecnologici causando danni di grande rilevanza”.

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