PMI: come cambiano i modelli di rating delle banche

di Roberto Rais

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Con la crisi dilagante, sono sempre di più le piccole e le medie imprese impossibilitate ad ottener credito dalle banche.
E considerato che è ben difficile che nel breve termine la parabola discendente della redditività  delle attività  imprenditoriali possa conseguire una utile inversione di tendenza, il passo in avanti verso un allargamento delle maglie creditizie non può che provenire dalle stesse banche, che in queste settimane stanno rivisitando i loro modelli di rating al fine di scongiurare contesti di credit crunch ancora più profondi.

Sebbene ogni banca si stia muovendo con dinamicità  specifica, ciò che sembra piuttosto evidente è l'emersione del tratto comune che vede una perdita di importanza dei dati di bilancio in favore di ulteriori elementi: solidità  finanziaria dell'imprenditore e dei soci delle aziende clienti; rischiosità  dei settori di investimento nei quali opera; comportamenti tenuti con la banca e con l’intero sistema creditizio.

Un’evoluzione del modello di rating che dovrebbe sminuire l'importanza dei dati di bilancio, relegati a una quota di “peso” sul sistema di calcolo che potrebbe scendere anche al 10%.

Identico è il discorso in merito alle start-up: in questo caso, considerando che non sono disponibili i dati di bilancio, troveranno accoglimento le domande in grado di garantire: business plan convincente; settore di investimento che non risenta delle ciclicità ; adeguati strumenti di garanzia (consorzi di garanzia fidi).

Per citare un esempio, tra le banche che hanno ottenuto buoni risultati con i nuovi sistemi rating c’è Intesa Sanpaolo, grazie ad un nuovo modello in grado di riconoscere la minore rischiosità  media di alcuni settori e attività  economiche, ponderando altresì elementi quali l’innovazione delle nuove idee imprenditoriali e la solidità  delle idee di business proposte.