Il 77,8% degli imprenditori e dei lavoratori autonomi italiani non affiderebbe a un sistema di intelligenza artificiale una decisione finanziaria. Il 42,3% dice di volere il controllo diretto della gestione, il 36% dichiara di non fidarsi della tecnologia quando si tratta di scegliere come impiegare le risorse dell’azienda o dell’attività professionale. Il dato arriva da un’indagine condotta da Qonto su un campione rappresentativo di 1.000 tra micro, piccole e medie imprese e titolari di partita IVA, con rilevazione a maggio 2026.
La sintesi delle evidenze della survey Qonto sul campione italiano:
- il 44,6% delle PMI e degli autonomi usa strumenti di AI, di cui il 14% ogni giorno e il 30,6% in modo occasionale;
- il 41,7% di chi la usa dichiara che l’AI non ha cambiato nulla nel lavoro quotidiano;
- le imprese con 6-10 anni di attività delegherebbero all’AI nel 33% dei casi, contro il 19,5% di quelle sotto i due anni;
- il 45,9% gestisce le finanze aziendali con banca tradizionale, il 21,3% con neobank, il 10,6% con Excel o carta;
- la prudenza regna sovrana e la priorità dichiarata per il 36,3% delle imprese è tagliare i costi.
Sulle scelte finanziarie gli imprenditori non delegano
Quasi otto imprenditori su dieci escludono la delega all’AI quando si parla di soldi. Le due ragioni che danno sono diverse tra loro. La volontà di mantenere il controllo (42,3%) è una scelta di metodo e non dipende da quanto è buono il software. La sfiducia nell’affidabilità degli strumenti (36%) è invece un giudizio sulla tecnologia, e può cambiare.
Lo stesso atteggiamento si vede nel rapporto con la banca: per il 78% degli intervistati avere un referente umano nei servizi bancari è irrinunciabile. È la stessa distanza che si osserva quando si guarda alla governance dell’AI in azienda: gli strumenti entrano in fretta sulle attività ripetitive e si fermano dove la responsabilità è di chi firma.
Numeri e trend sull’uso dell’AI nelle PMI
In sette mesi le PMI italiane sono state descritte come utilizzatrici di AI nel 16,4%, nel 44,6% e nell’81% dei casi. I numeri non si contraddicono perché misurano cose diverse. La tabella mette a confronto le tre rilevazioni e serve a capire quale prendere come riferimento.
| Rilevazione | Campione, misurazione e risultati |
|---|---|
| Istat (dicembre 2025) | Indagine statistica ufficiale su imprese con almeno 10 addetti, condotta secondo il Regolamento UE 2019/2152 tra maggio e luglio 2025. Misura se l’impresa adotta almeno una tecnologia di IA, non se il titolare usa ChatGPT. Risultato: 16,4% del totale, 15,7% tra le PMI da 10 a 249 addetti, 53,1% tra le grandi imprese. |
| Qonto (maggio 2026) | Indagine su 1.000 tra imprese da 1 a 249 dipendenti e lavoratori autonomi con partita IVA attiva da almeno sei mesi. Include quindi microimprese e freelance, che la soglia Istat esclude. Misura l’uso dichiarato degli strumenti, anche saltuario. Risultato: 44,6%, di cui solo il 14% ogni giorno. |
| Sibill-Astraricerche (aprile 2026) | Indagine su 500 PMI con fatturato fino a 10 milioni di euro. Misura la dichiarazione di utilizzo in senso ampio. Risultato: l’81% dice di usare l’AI, mentre solo una su quattro l’ha integrata nei processi in modo continuativo. |
Un’impresa con almeno dieci addetti deve confrontarsi con il 16,4% dell’Istat, che dice quante aziende hanno portato l’AI dentro l’organizzazione. Un autonomo o una microimpresa ha come riferimento il 44,6% di Qonto, che fotografa l’uso personale degli strumenti. L’81% di Sibill misura quanto l’AI sia diffusa a parole, non nei processi. La differenza tra i tre numeri è la stessa cosa che segnala il 41,7% di chi la usa e non vede cambiamenti: uso individuale non vuol dire integrazione aziendale.
La maturità dell’impresa favorisce l’AI
Il segmento più aperto all’AI non è quello delle aziende appena nate. Le imprese con 6-10 anni di attività hanno l’ottimismo a tre anni più alto (sei su dieci), l’uso di AI più diffuso (20%) e la maggiore disponibilità a delegare decisioni finanziarie (33%). Le imprese sotto i due anni si fermano al 19,5% sulla delega e nel 43,4% dei casi dichiarano di non fidarsi.
Vale anche per la banca: usa una neobank il 27% delle imprese con 6-10 anni di attività contro il 15% delle più giovani. Una spiegazione plausibile è che nei primi mesi si sceglie il canale già conosciuto, mentre l’automazione arriva quando ci sono processi ripetuti da automatizzare e un minimo di margine.
Il divario per età anagrafica c’è comunque: usa strumenti di AI il 69,8% degli imprenditori tra 18 e 34 anni contro il 37,5% degli over 55, e in questa fascia il 42,6% dichiara di non volerla adottare.
Domina la banca tradizionale, scelta sulle commissioni
Il 45,9% delle imprese gestisce le finanze con una banca tradizionale, il 24,8% si appoggia al commercialista, il 21,3% usa una neobank e il 10,6% lavora ancora con Excel o su carta. Il primo criterio nella scelta dell’istituto sono le commissioni basse (60,3%), poi la qualità dell’assistenza (41,5%) e la facilità d’uso (34,6%).
L’ordine dice che le funzioni digitali sono ormai date per scontate e non fanno più la differenza, mentre il prezzo torna al primo posto. In un anno in cui il 36,3% delle imprese mette la riduzione dei costi in cima agli obiettivi, il risultato è coerente.
Orizzonte corto dietro la prudenza
La cautela sulla delega si spiega guardando le condizioni in cui queste imprese lavorano. La priorità per l’anno in corso è la riduzione dei costi (36,3%), davanti alla crescita dei ricavi (33,6%). L’ottimismo medio a tre anni si ferma a 5,66 su 10 e solo il 37,6% degli intervistati supera il 7. Il 52,4% considera l’Italia meno competitiva rispetto a Francia, Germania e Spagna.
Sono gli stessi numeri che spiegano la classifica dei criteri bancari, con le commissioni al primo posto. Chi lavora con margini stretti e un orizzonte di programmazione breve sceglie in base al prezzo e tiene le decisioni sui soldi nelle proprie mani, perché non ha spazio per rimediare a un errore commesso da uno strumento di cui non controlla la logica. La disponibilità a delegare cresce infatti proprio dove ci sono più anni di attività alle spalle e più margine, come mostra il 33% delle imprese con 6-10 anni di vita.