Le stime del DEF, i conti e l’Europa

PIL allo 0,8% nel 2014 ma poi in rialzo, riduzione di deficit e debito, pareggio nel 2016: le stime macro-economiche del Documento di Economia e Finanza e la strategia per attuare le riforme rispettando i vincoli europei.

Pier Carlo Padoan, ministro dell'Economia

Pier Carlo Padoan, ministro dell’Economia

Le stime di bilancio contenute nel DEF (Documento di Economia e Finanza) sono quelle attese: PIL 2014 allo 0,8%, decifit/PIL al 2,6% sotto del limite del 3% dei parametri europei, pareggio nel 2016, debito in riduzione dal 2015.
A partire da queste cifre, il Governo Renzi ha presentato a margine del CdM anche il Documento il Programma di Stabilità, che mette parecchia carne al fuoco e chiama in causa l’Europa per l’attuazione di quelle riforme ritenute indispensabili per riaggaciare la crescita dopo gli anni dell’austerity.

La flessibilità UE

Per far crescere l’Italia, l’Europa dovrà concedere all’Italia la medesima flessibilità che, ad esempio, ha consentito di realizzazione la restituzione dei debiti PA senza impattare sul rispetto dei vincoli comunitari. Allo stesso modo, si può «attenuare i possibili effetti negativi di breve periodo di alcune riforme e dare modo alle stesse di mettere in moto dinamiche positive nelle aspettative degli operatori economici a favore della crescita e dell’occupazione».

=> Il Piano Nazionale di Riforme nel DEF

La strategia

Il Governo conta su un quadro europeo «oggi più favorevole agli investimenti per la crescita e l’occupazione» e considera fondamentale la sinergia con Parlamento e Consiglio Europeo «per utilizzare tutti gli spazi di flessibilità esistenti nel Patto di Stabilità e Crescita e per rendere possibile, mantenendo le finanze pubbliche in ordine, un rilancio degli investimenti pubblici produttivi».Come ha più volte ribadito il premier, l’Italia non chiede favori particolari all’Europa, si presenta in regola con i vincoli di bilancio e con gli obiettivi programmatici. E ha un obiettivo: arrivare all’appuntamento con il Fiscal Compact senza bisogno di manovre “lacrime e sangue”. Mette sul piatto una ritrovata stabilità finanziaria e un aggressivo programma di riforme, che ritiene possano bastare per la riduzione strutturale del debito imposta dal fiscal compact. Vediamo i conti.

I conti

Il PIL è visto allo 0,8% a fine 2014 (al ribasso rispetto all’1,1% delle previsioni d’autunno), poi all’1,3% nel 2015 con un successivo graduale avvicinamento al 2% negli anni seguenti (1,9% nel 2018). Il deficit 2014 sarà al 2,6% del PIL e scenderà all’1,8% nel 2015, allo 0,9% nel 2016. Il 2016 è l’anno del pareggio strutturale di bilancio, in linea con il recepimento delle normative europee, che consentono lo slittamento in presenza di eventi eccezionali (quale è considerata la crisi) e di un processo importante di riforma. In pratica l’Italia ritarda di un anno l’obiettivo del pareggio, precedentemente fissato al 2015, che tuttavia già presenta un sostanziale equilibrio (-0,1%). Il problema è il debito: ancora in salita al 134,9% del PIL, dal 2015 inizierà a ridursi al 133% per scendere al 120% nel 2018.

=>Il DEF approvato dal Governo: i conti e le stime 2014

Analizzando i conti nel dettaglio: le tasse aumentano al 44% nel 2014 e 2015 (dal 43,8% del 2013) per poi scendere al 43,7% nel 2016 e al 43,5% nel 2017. Continua a salire anche il tasso di disoccupazione, al 12,8% del 2014 (dal 12,2% del 2013), che poi inizia a calare leggermente nel 2015, attestandosi al 12,5%, e scenderà sotto il 12% solo nel 2017.

Dunque, in vista ci sono ancora periodi di sacrifici, sia sul fronte fiscale sia su quello del mercato del lavoro. Ma c’è anche un trend verso la crescita e il taglio della pressione fiscale, che inizierà a dare effetti più concreti nei prossimi anni. Le riforme dovrebbero avere un impatto positivo sul pil pari allo 0,3% quest’anno e allo 0,9% nel 2015 e salirà al 2,1% nel 2018. Si può aggiungere, sul fronte della stabile riduzione del debito, che l’Italia può ora contare su una situazione finanziaria più solida, che si riflette positivamente sul mercato, con lo spread basso che comporta una maggior spesa di finanziamento del debito.

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