Il manager del futuro parlerà il cinese

di Andrea Barbieri Carones

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In tutto il mondo, boom dell'insegnamento della lingua cinese, diventata un asset importante per manager e aziende occidentali. Supererà l'inglese?

Mentre la lingua inglese è ormai universalmente riconosciuta come quella che si utilizza a livello internazionale dai manager di tutto il mondo, il cinese sta emergendo non solo come idioma più parlato ma anche come il nuovo passepartout per entrare nel mercato economico dell’Oriente, ormai leader nella produzione industriale e alla ricerca continua del know how delle imprese occidentali.

Più correttamente, in realtà, bisognerebbe parlare di cinese mandarino, ovvero l’idioma che è una sorta di lingua ufficiale della Cina. Ma la sua conoscenza potrebbe presto valicare i confini della Grande Muraglia ed espandersi globalmente visto il gran numero di scuole che stanno aprendo in Europa, in nord America e in altre parti dell’Asia che, tuttavia, non riescono a far fronte alla grande richiesta degli alunni. Alcune università, addirittura, non riescono a tenere il passo della domanda da parte di molti studenti che chiedono di imparare la lingua cinese, anche perché per alcune aziende sarebbe molto importante avere personale in grado di comprendere i partner commerciali con gli occhi a mandorla.

Secondo i calcoli, sarebbero 50 milioni gli stranieri interessati a imparare la lingua dei Ming (contro i 2 milioni di 11 anni fa) prima che l’economia cinese diventi la numero uno al mondo e inizi a colonizzare l’Occidente.

Comunque anche se l’inglese resta la lingua madre di 350 milioni di persone mentre oltre mezzo miliardo la parlano correttamente, il cinese resta quella a più alta crescita: se il primo istituto ufficiale di insegnamento del mandarino su territorio straniero è stato aperto appena 6 anni fa, oggi ce ne sono 315 in 94 Paesi mentre nel 2015 dovrebbero arrivare a quota 1.000. Nessun Paese è immune da questa corsa: in Italia questi Istituto Confucio sono presenti a Torino, Milano, Padova, Venezia, Bologna, Pisa, Roma e Napoli mentre uno ne è stato inaugurato a inizio ottobre a Macerata, in una regione – le Marche – dove sono molteplici le aziende manifatturiere che producono in Cina e commercializzano in Italia.

Negli Stati Uniti, in realtà, questa corsa al mandarino è iniziata molto prima complice anche il fatto che tutta la confederazione ospita numerose comunità cinesi, situate soprattutto in California. E i manager o i giovani che parlano correttamente la lingua dei Ming hanno dei “punti” in più e sono sempre molto richiesti dalle aziende. L’American Council on the Teaching of Foreign Languages, un’organizzazione che si occupa della diffusione delle lingue straniere nella confederazione, è rimasta stupita dal boom di allievi che vogliono iscriversi ai corsi di mandarino, con iscrizioni ai corsi che sono triplicate nel giro di 2 anni.

Se nel 1997 solo 1 scuola elementare su 300 aveva insegnanti di lingua cinese, nel 2008 la percentuale è diventata 1 su 30 e oggi la percentuale è ulteriormente salita. Nel Regno Unito, circa 1 scuola su 6 ha inserito in programma l’insegnamento dell’idioma di Confucio.

Quello che emerge in seguito a interviste fatte a chi si è iscritto ai corsi di mandarino è che l’obiettivo è arricchire il proprio curriculum per “far gola” alle aziende rendendosi conto che una buona conoscenza rappresenta un asset fondamentale più di quanto non lo fosse la lingua giapponese negli anni Ottanta: mentre infatti gran parte degli uomini d’affari nipponici parlano inglese, ancora pochi manager cinesi ne hanno dimestichezza.

Mentre Paesi come Italia e Spagna ancora non hanno registrato un boom di richieste, spicca quanto succede in Svezia: qui, il ministro della Pubblica istruzione, Jan Björklund, ha proposto di fare in modo che tutte le scuole superiori del Paese offrano lezioni di cinese ai propri studenti.

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