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Legge di Bilancio: verso una soluzione condivisa

di Barbara Weisz

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Il Ministro dell'Economia al Senato sottolinea l'esigenza di rivedere i conti pubblici per evitare la procedura d'infrazione, ma senza alcun riferimento a misure concrete.

«Per evitare una procedura d’infrazione per debito eccessivo, occorrono decisioni responsabili e un’operazione verità», il Governo ha intenzione di «tenere conto delle incertezze che si riflettono negativamente sulla spesa per interessi», e «sta quindi dialogando per ristabilire un clima di fiducia e trovare un bilanciamento serio tra rilancio della crescita e sostenibilità dei conti pubblici»: così il ministro dell’Economia, Giovanni Tria, nel corso dell’audizione in Senato di mercoledì 28 novembre, sulla Legge di Bilancio 2019 e la trattativa con l’UE sui conti pubblici.

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Il ministro ha insistito sul fatto che con la Commissione, dopo la bocciatura della manovra, è in corso un serio confronto finalizzato alla ricerca di una soluzione condivisa, ha difeso l’impianto della manovra (che vuole stimolare la crescita) e citato misure di risposta alla UE.

«L’Italia soffre di una bassa crescita, che da dieci anni è inferiore di un punto percentuale alla media europea, e negli ultimi anni è aumentata l’area della povertà, senza che siano stati raggiunti il pareggio di bilancio e la riduzione del debito», ha premesso Tria, aggiungendo che «nel terzo trimestre si è verificato inoltre un rallentamento dell’economia nazionale e internazionale che pone l’esigenza di un intervento anticiclico».

Da qui, una manovra di Bilancio «moderatamente espansiva», pensata per «aumentare la crescita e, per questa via, ridurre il rapporto tra debito e Pil, attraverso investimenti pubblici, misure fiscali, sostegno al reddito, riforma delle pensioni».

Qui si inserisce la cronaca delle ultime settimane: «dopo l’approvazione del DEF, il deficit programmatico è stato rivisto al rialzo di quattro decimali», ha spiegato il ministero, riferendosi al famoso 2,4% di deficit/Pil per il 2019. «La Commissione europea, dopo aver contestato l’obiettivo di medio termine e le previsioni di crescita (all’1,5%, ndr), che però appaiono sostanzialmente confermate dagli ultimi dati ISTAT, ha obiettato al nuovo documento programmatico la non conformità al percorso di aggiustamento». Ora, di conseguenza, si è aperta una trattativa con Bruxelles sui conti pubblici.

Ricordiamo che, in base alle diverse ipotesi che si fanno in questi giorni, l’esecutivo sarebbe intenzionato a ridurre il deficit di un paio di punti percentuali, portandolo quindi al 2,2%. Ma queste sono ipotesi, Tria in Senato non ha parlato di numeri. Ha solo sottolineato che «per evitare una procedura d’infrazione per debito eccessivo, occorrono decisioni responsabili». Ossia l’aggiustamento dei numeri.

L’operazione verità, invece, contiene note polemiche: «l’impegno di correzione dei conti pubblici, presentato dal precedente Governo e accettato dalla Commissione europea, non era sostenibile e il Governo attuale non poteva confermarlo. Nel triennio precedente, beneficiando del quantitative easing della BCE, l’Italia ha aumentato la spesa corrente per i bonus, mentre sono caduti gli investimenti lordi nonostante i margini di flessibilità».

Dopo aver fatto questa premessa, il ministro ha smussato gli angoli, dichiarando che «il Governo in carica non intende polemizzare sul passato né fare affronti all’Europa», ma «ha intenzione invece di tenere conto delle incertezze che si riflettono negativamente sulla spesa per interessi».  Il riferimento è evidentemente all’impennata dello spread.

L’esecutivo sta ora «dialogando per ristabilire un clima di fiducia e trovare un bilanciamento serio tra rilancio della crescita e sostenibilità dei conti pubblici».

In particolare «ha proposto la dismissione di alcune attività pubbliche e sta cercando spazi finanziari per investimenti strategici ad alto contenuto tecnologico». Come si vede, su questo fronte (i cambiamenti in vista per abbassare di due punti il deficit) non vengono forniti molti particolari. Soprattutto, non ci sono riferimenti a una riduzione delle risorse destinate alle due misure maggiormente contestate, ovvero il reddito di cittadinanza e la quota 100. Su cui, evidentemente, i lavori sono ancora in corso.