L’e-commerce e il sistema fiscale

di Barbara Weisz

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Stabile organizzazione anche virtuale, utilizzo dati utenti, regole sharing economy: indagine della Corte dei Conti sulle sfide fiscali in ambito e-commerce.

L’economia digitale e in particolare l’e-commerce pongono nuove sfide alla normativa fiscale e alla sua applicazione, e prevedono nuovi approcci operativi: un’analisi dell’imposizione fiscale sugli scambi che avvengono sul web è contenuta nella deliberazione 8/2018 della Corte dei Conti dedicata a “L’e-commerce e il sistema fiscale“.

Dalla relazione emergono diversi profili di rilievo fiscale legati all’e-commerce:

  • la mobilità, correlata allo sviluppo tecnologico, consente di esercitare l’attività d’impresa da remoto, ossia da luoghi diversi da quelli in cui consumatori e fornitori sono situati, senza ricorrere a infrastrutture fisiche complesse. La mobilità riguarda anche gli utenti, che possono accedere a Internet attraverso dispositivi mobili indipendentemente dal luogo in cui si trovano.
  • le nuove tecnologie aumentano la capacità delle imprese di raccogliere ed elaborare i dati forniti dagli utenti (direttamente o tracciando i comportamenti sul web) per migliorare prodotti e servizi offerti, valorizzando sul piano economico i dati ottenuti;
  • la sharing economy, ovvero lo sviluppo di modelli di impresa multi-sided, caratterizzati da gruppi di utenti che si interfacciano con altri gruppi attraverso piattaforme on line, le cui decisioni hanno significativi effetti reciproci di rilievo economico;
  • nuovi modelli imprenditoriali: lo sviluppo di nuovi prodotti digitali e di nuovi mezzi per l’erogazione di servizi, crea incertezze sulla corretta classificazione delle attività svolte,
  • strumenti di pagamento alternativi al contante, necessari per le conclusioni delle transazioni a distanza, non sempre consente la tracciabilità delle relative operazioni.

In generale, l’indagine conferma che le imprese digitali hanno la capacità di mantenere un certo livello di attività a prescindere dalla presenza di una stabile organizzazione in un paese, intrattenendo relazioni con i consumatori e gli utenti attraverso siti web o altri strumenti digital, e anche quando hanno una stabile organizzazione, la tecnologia consente di minimizzarne la presenza tassabile in un paese, attraverso allocazione delle funzioni, dei rischi e delle attività che non riflette la sostanza economica delle operazioni svolte.

I fenomeni evasivi più frequenti nella digital economy: fittizia residenza all’estero (esterovestizione societaria); occultamento di stabili organizzazioni in Italia; artificiosa determinazione dei prezzi di trasferimento nelle operazioni intragruppo (intercompany) per ottenere un’indebita contrazione dei redditi; abuso degli strumenti di pagamento virtuale; violazioni fiscali da parte di utenti privati di piattaforma web che mettono in condivisione contenuti multimediali; frode Iva.

Fra le risposte recenti della legislazione italiana, l’introduzione della web tax (non prima del 2019), e l’introduzione della stabile organizzazione virtuale, entrambe inserite nella Legge di Bilancio 2018, legge 205/2017. Dalla relazione emerge come la tassazione dei profitti delle imprese digitalizzate risenta della mancanza di un impianto normativo internazionale di riferimento.

Il tema è comunque al centro dell’agenda internazionale, anche a livello europeo con la Commissione di Bruxelles attiva su due direttive su fisco ed economia digitale, che invita gli Stati Membri a raggiungere rapidamente un accordo sulle proposte presentate perché imprese, amministrazioni, cittadini ed economia europea possano beneficiare di un quadro fiscale uniforme e moderno per l’economia digitale.