È considerato da molti il “Warren Buffett italiano”, anche se potrebbe aver addirittura superato il maestro in termini di rendimento. Giovanni Tamburi, fondatore e CEO di Tamburi Investment Partners (TIP), è stato ospite di Chapeau, a cui ha rilasciato un’intervista a tutto campo che ha ripercorso la sua carriera: dagli esordi alla gestione di un patrimonio che oggi supera i 3 miliardi di euro, investiti nelle eccellenze del Made in Italy come Moncler, OVS, Interpump e la tech company Bending Spoons.
La video intervista di Chapeau a Giovanni Tamburi
Tamburi ha svelato ai microfoni di Chapeau, senza filtri, la sua visione della finanza: lontana dagli schemi aggressivi di Wall Street e focalizzata sulla crescita industriale a lungo termine. Un viaggio tra aneddoti sulle privatizzazioni italiane, intuizioni miliardarie e un approccio al lavoro che non ammette distrazioni superficiali.
Ecco il video integrale, disponibile sulle principali piattaforme social di video streaming.
Dalla consulenza alle privatizzazioni di Stato
La passione per il possesso e la gestione nasce presto. Lo spirito imprenditoriale emerge già nell’adolescenza: a 11 anni vendeva sigarette, a 17 gestiva una piccola agenzia pubblicitaria che stampava loghi sui cubi di carta, intercettando una moda estera prima che arrivasse in Italia. Dopo la laurea alla Sapienza nel 1977 e i primi passi nella consulenza, la sua carriera decolla alla Bastoggi e successivamente in Euromobiliare, dove impara il mestiere del merchant banking sotto la guida di maestri come Guido Roberto Vitale.
Ma è all’inizio degli anni ’90 che il suo nome si lega alla storia economica del Paese. Chiamato dal Ministero del Tesoro, Tamburi partecipa alla stesura della legge per le privatizzazioni, sfidando lo scetticismo dei “guru” dell’epoca che ritenevano incostituzionale vendere gioielli di stato come ENI ed ENEL. La sua testardaggine, unita a quella di un ristretto gruppo di lavoro, permise di avviare un processo che avrebbe portato 185.000 miliardi di lire nelle casse dello Stato.
La nascita di TIP: un modello controcorrente
Nel 1999, stanco del ruolo di puro advisor e delle logiche “mordi e fuggi” dei fondi di Private Equity, Tamburi decide di mettersi in proprio fondando la Tamburi Investment Partners. L’idea era rivoluzionaria per l’epoca: creare una società che investisse quote di minoranza in aziende eccellenti, lasciando la gestione agli imprenditori e supportandoli nel lungo periodo, senza l’ossessione della vendita rapida.
Partito con un piccolo gruppo di famiglie imprenditoriali e sfruttando l’onda (e poi lo scoppio) della bolla dot-com, Tamburi ha costruito un impero basato sulla fiducia. Il suo metodo si distingue per la semplicità e il rifiuto delle complicazioni burocratiche: niente “mega due diligence” infinite, ma accordi basati sulla stima reciproca e sulla visione strategica comune.
I grandi colpi: da Moncler a Bending Spoons
L’intervista ha toccato alcune delle operazioni più iconiche della sua carriera. Spicca l’investimento in Moncler, nato da un incontro con Remo Ruffini. Quella che doveva essere una semplice riunione si trasformò in un investimento d’istinto, basato sulla fiducia nel piano di trasformare il marchio da “negozi di sci” a icona del lusso globale. Tamburi ha rivelato di aver consigliato un prezzo di quotazione in Borsa più basso del possibile, per permettere al mercato di guadagnare e costruire un successo duraturo.
Altrettanto rilevante è la scommessa su OVS: entrato quando il titolo era ai minimi e “punito” ingiustamente dal mercato, Tamburi ha supportato l’AD Stefano Beraldo in un percorso di riqualificazione del brand, portando il titolo a moltiplicare il suo valore.
Ma il fiuto di Tamburi non si ferma al tradizionale. È stato uno dei primi a credere in Bending Spoons, l’unicorno tecnologico italiano. Investendo quasi “al buio” dopo aver conosciuto il fondatore Luca Ferrari, TIP ha trasformato un investimento di circa 14 milioni in un valore di oltre 300 milioni. Tamburi loda il coraggio dell’azienda milanese di inserirsi tra i giganti come Apple e l’utente finale, e la loro efficienza operativa maniacale.
Il grande rimpianto e la visione sull’AI
Non tutte le ciambelle riescono col buco, e Tamburi ammette con onestà il suo più grande rimpianto: non essere riuscito a entrare nel capitale di Armani. L’investitore era convinto che TIP avrebbe potuto rappresentare l’anello di congiunzione ideale tra il grande stilista e il futuro, magari facilitando la creazione di un grande aggregatore del lusso italiano, ma l’operazione non è mai andata in porto.
Guardando al futuro, Tamburi si dice scettico sull’attuale frenesia legata all’Intelligenza Artificiale, vedendo all’orizzonte una “bolla spaventosa” alimentata da investimenti fatti a debito. Pur riconoscendo l’utilità dell’AI nei processi aziendali (già in uso in Moncler e OVS), ritiene che le valutazioni attuali siano eccessive, simili a quelle della bolla internet del ’99.
I consigli per i giovani: meno social, più studio
In chiusura, l’investitore ha lanciato un monito alle nuove generazioni. La sua ricetta per il successo è severa: studiare approfonditamente e smettere di perdere tempo su social media come TikTok e Instagram, che definisce distrazioni prive di valore aggiunto. Per chi vuole fare impresa o finanza, il consiglio è di sfruttare le scorciatoie positive offerte dalla tecnologia odierna per approfondire le competenze, leggere le lettere agli azionisti di Warren Buffett e, soprattutto, cercare di “fare sistema”, superando quell’individualismo che ancora frena troppe realtà italiane.