Burocrazia, Fisco e Credito: le piaghe delle PMI

di Barbara Weisz

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Italia fanalino di coda nella classifica Doing Business, con imprese vessate da burocrazia, pressione fiscale e stretta sul credito: numeri alla mano, il fosco scenario tracciato dal rapporto di Confcommercio al Forum dei giovani imprenditori.

Burocrazia e tasse restano il vero ostacolo  per lo sviluppo delle imprese italiane, che lottano contro la crisi e la stretta al credito: è l’allarme lanciato da Paolo Galimberti, presidente giovani imprenditori di Confcommercio presentando lo studio su Credito e Burocrazia al Forum dedicato quest’anno al “Il futuro dopo la crisi“.

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Ci sono segnali (pochi) di cambiamento – moratoria debiti PMI, incentivi start up… – ma la strada per la competitività è impervia in Italia: restano l’aumento IVA, la pressione fiscale sulle imprese (che sopportano una tassazione reale del 55%) e l’aggravio di imposte come IMU («una patrimoniale sui beni strumentali: è come se si mettesse una tassa su pc e telefonini della gente comune») e IRAP («una tassa sulla crescita: chi vuole crescere assume, si indebita e paga più IRAP»).

La burocrazia

Gli adempimenti fiscali cui è soggetta l’impresa sono 120 e secondo la Banca Mondiale fanno perdere alle aziende mediamente 36 giorni lavorativi l’anno: il 76% in più della media UE e il 46% in più dei paesi OCSE.

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Non si tratta solo di adempimenti: l’Ufficio Studi di Confcommercio evidenzia anche  i tempi di attesa per far rispettare i contratti commerciali (siamo penultimi al mondo) e le criticità del sistema giudiziario. Se sommiamo tutti i parametri chiave (quadro giuridico, pagamenti regolari, tempi di sentenze di insolvenza o fallimento, procedure per far rispettare i contratti commerciali) finiamo per essere ultimi al mondo.

Da contraltare all’unico dato positivo, la riduzione dei tempi di avvio attività (23 giorni nel 2000, 6 nel 2010) fa l’aumento dei costi di avvio: il 18,6% del reddito pro-capite, contro il 5,6% di una media OCSE (0,9% in Francia!).

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Stretta creditizia

In questo quadro si inserisce l’aggravante della stretta al credito, alimentata dalla crisi. Un esempio: per prestiti da 1 mln di euro in 5 anni le imprese italiane sborsano nel 2012 il 6,24%, contro il 4,14% di quelle francesi e il 4,04% di quelle tedesche. Per le piccole imprese il conto è più salato: per un prestito da 15mila euro in 6 anni i tassi arrivano al 10%. E per un affidamento da 5mila euro sul conto corrente bisogna calcolare un costo minimo annuale di 160 euro.

Il Rapporto Doing Business 2013 della Banca Mondiale in tema di accesso al credito pone l’Italia al 104esimo posto (in una classifica di 185 paesi) e in effetti l’Osservatorio Credito di Confcommercio sul IIIQ 2012 indica che solo il 30,8% delle imprese dei servizi, commercio e turismo non ha avuto alcun problema, contro un 19,3% che è rimasto al palo senza riuscire a soddisfare le proprie esigenze finanziarie e un 49,9% che ci è riuscito ma ha avuto difficoltà.

Moratoria debiti PMI

L’unico capitolo relativamente positivo. L’ultima moratoria delle banche per il credito delle PMI (leggi i termini dell’accordo), ha avuto un buon seguito: sono state accolte 38mila domande, con 13 miliardi di euro di debiti residui sospesi: un «metodo efficace che consente all’associazione bancaria e alle associazioni imprenditoriali di trovare soluzioni semplici ed effettivamente praticabili nella realtà quotidiana di molte imprese».

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