Dominati dal lavoro nelle Pmi: volenti o nolenti…

di Alessia Valentini

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Sentirsi realizzati solo attraverso il lavoro è una mentalità diffusa, in molte piccole e medie aziende spesso imposta dall'alto per non perdere l'impiego. E' pericolosa ma risolvibile

Le statistiche parlano chiaro: in Italia si lavora più di 8 ore al giorno e ci si sente anche fortunati così, pur di mantenere il proprio posto, che in molti casi rischia di venire a mancare a causa della crisi. Lavorare troppo, al limite dello sfinimento, per dimostrare fedeltà all’azienda è dunque l’ultima aberrante declinazione di una malsana tendenza a concepire il proprio impiego come unico elemento di realizzazione personale. Il risultato è che oggi “si vive per il lavoro” invece di “lavorare per vivere”.

Il cambiamento di mentalità incide sull’individuo, sempre più soggetto ad ansie, stress e depressione.

L’abitudine italiana di lavorare tanto, unita alla progressiva crisi dell’occupazione degli ultimi anni, ha generato un clima di incertezza, ansia e addirittura in qualche caso depressione per la perdita reale o potenziale del posto di lavoro.

Non è solo un problema economico: vi incide una manipolazione concettuale che grava sul singolo e di cui è necessario prendere coscienza.

Secondo le rilevazioni ISTAT, rispetto agli altri paesi UE l’Italia presenta i maggiori livelli di ore lavorate per persona (lavoro dipendente). Di contro, presenta una tendenza alla diminuzione del monte ore pro capite molto meno netta rispetto agli altri paesi.
I motivi sono ricongiungibili a tre fattori principali:

  • maggiore occupazione di persone nelle Piccole e medie imprese dove, stando ai dati ISTAT, le ore lavorate per dipendente sono superiori a quelle delle grandi imprese;
  • maggiore incidenza in Italia dell’occupazione indipendente, che pure presenta un più elevato orario pro capite;
  • assenza del part-time, che in Italia sta scomparendo in quanto meno redditizio per le aziende in termini di costi/produzione.

Il ripristino di un corretto equilibrio e valutazione del proprio ruolo in azienda consente di focalizzarsi sulle proprie aspirazioni, soprattutto lavorative, generando quelle spinte motivazionali necessarie a rimettersi in gioco magari attraverso l’iniziativa privata e l’avvio di una propria attività.

Produrre o morire

Michela Marzano ha pubblicato un interessante saggio, “Estensione del dominio della manipolazione dall’azienda alla vita privata“, che analizza la società moderna focalizzandosi sulle logiche perverse imposte a partire dagli anni Ottanta nelle aziende e negli uffici, secondo cui il raggiungimento degli obiettivi professionali è la chiave per sentirsi felici, realizzati ed esaltati.

Essere un dipendente modello oggi significa alienarsi felicemente dalla propria vita privata, trascurarla in funzione del presenzialismo spinto in ufficio ben oltre l ‘ orario ordinario.

Primo elemento scatenante di questa distorta valutazione si può ricondurre al “modello Toyota” impostosi negli anni ’80 (produrre in base alle vendite) e contrapposto al “modello Ford” (prima produrre e poi vendere).

Il mutamento di schema ha comportato una riorganizzazione lavorativa, che a sua volta, ha richiesto una maggiore flessibilità ai lavoratori progressivamente schiacciati dalla “pressione interiorizzata” dovuta al raggiungimento degli obiettivi, propri e di gruppo.

Il meccanismo è stato ulteriormente complicato dalla componente di “realizzazione personale” introdotta dai manager per motivare maggiormente e legare a doppio nodo i dipendenti al proprio lavoro.

Le tecnologie (usate male) hanno ulteriormente aggravato la situazione, rendendo il dipendente “always-on”, costantemente raggiungibile tramite portatile e telefonino e sempre disponibile al lavoro in emergenza e urgenza.

Il risultato finale è una progressiva dissoluzione dei confini tra vita privata e lavorativa per cui il dipendente non si realizza secondo i propri desideri ma secondo gli obiettivi raggiunti. La Marzano punta il dito sul management contemporaneo che sembra offrire le ricette per render più liberi i lavoratori e, invece, costruisce la gabbia che li imprigiona.

La soluzione? Per prima cosa incominciare dando un nome al disagio che si prova, “che a volte nemmeno si riesce a capire”…

Ripensare se stessi

Per invertire la tendenza distorta che ci governa ed applicarla alla vita di tutti i giorni, si devono innanzitutto individuare gli strumenti per migliorare la propria qualità di vita – a partire dalla sfera lavorativa – e le relazioni interpersonali.

Solo a questo punto si è pronti per imporsi pieno riconoscimento e consapevolezza decisionale per le opportunità professionali e personali che spesso non riusciamo neanche a identificare. Parola d’ordine, Selfleadership.

La conquista del giusto equilibrio fra vita professionale e privata permette indubbi benefici: una maggiore serenità nell’approccio al lavoro, la consapevolezza di essere una persona valida anche se l’ambito lavorativo non è pienamente soddisfacente e l’importante capacità di saper individuare i propri reali bisogni e priorità.

La risposta, anche in termini lavorativi, può essere una gradevole sorpresa. Sono tanti gli imprenditori che dichiarano di essersi messi in proprio per rispondere meglio ad esigenze personali e private, che nelle grandi aziende non venivano considerate. E spesso la nascita di una impresa privata è frutto di un hobby divenuto business.

La chiave è la spinta personale che si mette nella propria iniziativa, espressione di una volontà propria e non più imposta dall’esterno, per cui correttamente valutata come componente “aggiuntiva” della vita privata.

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