Censis: allarme imprese, occupazione, redditi

di Barbara Weisz

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Il 60% dei posti di lavoro persi in Italia negli ultimi cinque anni di crisi riguarda il Sud, emergenza soprattutto per giovani e donne, impoverimento costante del tessuto delle imprese: i dati del Censis.

L‘Italia è il paese europeo con le più rilevanti diseguaglianze territoriali a causa della forbice, che si è allargata nel corso della crisi, fra Nord e Sud: ne risentono il tessuto sociale, i redditi, l’occupazione, il livello di istruzione, la competitività dell‘economia e delle imprese.

Lo rileva il rapporto del Censis su “La crisi sociale del Mezzogiorno“, i cui numeri parlano chiaro: su 505mila posti di lavoro persi nel paese fra il 2008 e il 2012, il 60% (oltre 300mila) ha riguardato il Mezzogiorno, dove la situazione è particolarmente drammatica per i giovani e le donne. Un terzo dei giovani fra i 15 e i 29 anni non trova un lavoro, percentuale che fra le giovani donne sale al 40%.

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Il tessuto d’impresa, spiega il Censis, è a rischio deindustrializzazione, con un sistema imprenditroiale che in questi anni di crisi è stato sottposto a un progressivo smantellamento costellato da crisi particolarmente gravi (vedi Ilva di Taranto o Fiat di Termini Imerese).

Si tratta, in questi due casi emblematici, di grandi aziende, ma le ricadute sono drammatiche anche in termini di indotto, formato da PMI. Sono oltre 6mila 700 le imprese manifatturiere del Mezzogiorno uscite dal mercato fra il 2009 e il 2012, con una flessione del 5,1% e punte del 6% in Puglia e Campania (effetto Ilva e Termini Imerese).

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Risvolto occupazionale: fra il 2007 e il 2011 gli occupati dell’industria si sono ridotti del 15,5% (147mila posti persi), cifre ben peggiori del già negativo -5,5% del Centro Nord.

Tutto questo comporta un impoverimento della popolazione che colleziona record negativi su scala europea:  l’Italia è il paese comunitario con il maggior numero di regioni in cui il reddito pro-capite è sotto i 20mila euro, con sette regioni (in pratica l’intero Meridione) controle sei della Spagna, le quattro della Francia, una sola in Germania.

Per dare l’idea della forbice che esiste fra Nord e Sud, l’Italia è anche fra i paesi con il maggior numero di regioni sopra i 30mila euro di reddito: sono cinque, dunque la metà rispetto alle dieci della Germania, ma meglio della Francia (a quota uno, con l’Ile de France), e della Spagna, a quota zero. Il reddito medio del Centro-Nord Italia (31mila 124 euro) è paragonabile ai livelli tedeschi (31mila 703), quello del Sud (17mila 957 euro) è sotto i livelli della Grecia (18mila 454 euro).

Inutile ricordare quanto siano negativi gli effetti dell’impoverimento, e quindi della scarsa capacità di spesa, sui consumi e quindi sulla possibilità di rilanciare economia e imprese.

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Il report rileva come il persistere di meccanismi clientelari, circuiti di potere impermeabili alla società civile, intermediazioni improprie nella gestione dei finanziamenti pubblici, alimentino ulteriormente le distanze sociali impedendo il dispiegarsi di normali processi di sviluppo.

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C’è una pessima gestione dei fondi europei: su 43,6 miliardi assegnati al Meridione dall’Obiettivo Convergenza, ne sono stati impegnati il 53% e spesi ancora meno, il 21,2%, pari a 9,2 miliardi. Fra l’altro, le poche risorse utilizzate hanno ulteriomente contribuito a rafforzare circuiti poco trasparenti e non sono riusciti a sostenere effeicacemente l‘iniziativa imprenditoriale, per esempio attraverso incentivi senza obbligo di risultato e progetti poco utili alle economie locali.

A completare il quadro negativo, il deterioramento di sistema scolastico, formazione, sanità. La spesa pubblica per l’istruzione e la formazione nel Mezzogiorno è molto più alta di quella destinata al resto del Paese (il 6,7% del pil contro il 3,1% del Centro-Nord), mentre il tasso di abbandono scolastico è nettamente più alto (21,2% contro il 16,6% del Centro-Nord), il livello di competenze decisamente inferiore.

Numeri importanti del fenomeno Neet, giovani che non studiano e non lavorano: sono al 31,9%, con punte del 35,2% in Campania e del 35,7% in Sicilia.

Per quanto riguarda infine la sanità, il 32,1% dei cittadini ritiene che il livello del servizio sia peggiorato negli ultimi cinque anni (contro il 7-8% al Nord), ed è diffuso il fenomeno (17,1%) di cittadini che per farsi curare si rivolgono a strutture di altre regioni.

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