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Riforma del Lavoro: accordo su contratti a termine e partite IVA

di Barbara Weisz

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Ddl Lavoro: prendono forma gli emendamenti alla Riforma chiesti dalle Imprese dopo gli incontri tra Marcegaglia, Bersani e le associazioni di imprese, comprese le PMI: accordo politico su flessibilità in entrata, partite Iva e contratti a termine, con piccoli aggiustamenti sull'articolo 18.

Cambiamenti in vista per il testo del Ddl che contiene la riforma del lavoro attualmente all’esame della Commissione Lavoro del Senato: dopo il pressing delle imprese e gli ultimi incontri tra Confindustria (la presidente uscente Emma Marcegaglia), forze politiche  (il segretario del Pd Pierluigi Bersani) e rappresentanti delle PMI (Marco Venturi, presidente di Rete Imprese Italia) sembra raggiunto un accordo politico su partite Iva contratti a termine e licenziamenti.

Dopo il vertice di maggioranza a Palazzo Chigi  e gli incontri tra imprese (Confindustria, RETE Imprese Italia, ABI, Ania e Confcooperative)  e Pdl, i due relatori del disegno di legge di riforma del lavoro, Maurizio Castro e Tiziano Treu, hanno finalmente una proposta concreta da vagliare per gli emendamenti al testo.

Partite Iva

In materia di partite IVA, il testo originario del Ddl prevede che i contratti di consulenza vengano trasformati “automaticamente” in collaborazioni coordinate e continuative  e in contratti a tempo indeterminato se il rapporto dura da più di sei mesi, rappresenta almeno il 75% del reddito del prestatore d’opera e la postazione di lavoro è presso il datore di lavoro. Le imprese chiedono:

  • che i sei mesi diventino un rapporto pluriennale.
  • che il lavoro sia in regime di mono-committenza
  • che la postazione di lavoro sia prevalentemente nei locali del committente.
  • che sia eliminata la clausola sulla trasformazione automatica del rapporto di lavoro (per i contratti in essere entro un anno dall’entrata in vigore) ma che i requisiti divengano materia di attività ispettiva.

Contratti a termine

Quanto ai contratti a tempo determinato, le imprese vorrebbero eliminare l‘obbligo di causale per il primo contratto, che il ddl prevede solo per sei mesi. In pratica, il primo contratto a termine non andrebbe più motivato (un ritorno a quanto prevedeva la bozza, poi irrigidita con il limite dei sei mesi nel testo del Ddl).

La richiesta è anche quella di rendere applicabile a tutti gli stagionali l’esenzione dal contributo aggiuntivo dell’1,4% (quello che va a finanziare l’Aspi), per ridurre i tempi fra un contratto e l’altro, e per non considerare nel computo dei 36 mesi (dopo i quali deve sattare l’assunzione a tempo indeterminato) i periodi di lavoro somministrato.

Infine, in relazione all’apprendistato, le imprese chiedono di poterlo applicare fino a 32 anni (e non 29) e di allungarne la durata a quattro anni (invece che tre).

Licenziamenti

Ci sono poi limature anche sulla flessibilità in uscita, ovvero sull’articolo 18, che riguardano in particolare due punti:

  • per i licenziamenti disciplinari, eliminazione del riferimento alla “sanzione conservativa” in base alla quale il giudice può decidere il reintegro (in pratica, si vuole limitare la discrezionalità del giudice di disporre il reintegro).
  • per i licenziamenti economici, durante la fase di conciliazione obbligatoria, si pensa a una sorta di “moratoria” della malattia.

Il dibattito

Marcegaglia dopo l’incontro con Bersani (la settimana scorsa aveva incontrato i vertici del Pdl)  ha sottolineato che contratto a tempo determinato e partite Iva «sono due aspetti molto significativi» per le imprese mentre gli aggiustamenti sulla flessibilità in uscita sono minori e più tecnici. In Bersani la presidente uscente di Confindustria ha visto «comprensione e anche condivisione» di alcune preoccupazioni, e ha concluso che su alcuni punti c’è l’accordo mentre su altri si è aperta una riflessione per «trovare soluzioni condivise».

Dal canto suo, il segretario del Pd ha confermato che si stanno vagliando alcune proposte alla ricerca «di soluzione che uniscano e non dividano» manifestando disponibilità su alcuni punti, insistendo sul concetto che l’impianto di fondo della riforma non va toccato.

Una posizione assimilabile a quella del ministro del Lavoro, Elsa Fornero, e del Governo, che appunto insiste sulla necessità di salvare l’asse portante della riforma dimostrando disponibilità ad aggiustamenti. Che, a questo punto è certo, ci saranno in materia di flessibilità in entrata.

Per Diego Della Valle (Tod’s), la modifica dell’articolo 18  «non era tra i più importanti per il mercato del lavoro, lo era invece come segnale ai mercati»:  gli imprenditori devono far sentire ai lavoratori di essere loro vicini», ha dichiarato. Aggiungendo: «cerchiamo di far passare questo momento brutto per il Paese tutti uniti».