La pensione di vecchiaia in Italia richiede 67 anni di età e 20 anni di contributi, la pensione anticipata 42 anni e dieci mesi di versamenti per gli uomini e 41 anni e dieci mesi per le donne. La durata attesa della vita lavorativa è di 33 anni, il valore più basso dell’Unione europea dopo quello romeno, contro una media UE di 37,5, secondo i dati Eurostat diffusi il 16 luglio 2026.
I numeri del confronto europeo:
- le donne italiane hanno la vita lavorativa attesa più breve dell’Unione, 28,4 anni contro i 35,4 della media UE;
- il divario di genere italiano vale 8,9 anni, il più ampio dei Ventisette, dove la media si ferma a 4,1;
- il tasso di occupazione italiano fra 20 e 64 anni è il più basso dell’Unione, 67,6% contro il 76,1% della media UE nel 2025;
- l’età media di uscita dal lavoro è di 64,1 anni per gli uomini e 65,4 per le donne, secondo il Rendiconto sociale Civ-INPS;
- dal 1° gennaio 2027 il requisito di vecchiaia sale a 67 anni e un mese e dal 1° gennaio 2028 a 67 anni e tre mesi, come indicato dalla circolare INPS n. 28 del 16 marzo 2026.
- Il divario tra requisiti di legge e vita lavorativa effettiva
- La classifica europea della vita lavorativa
- Partecipazione al mercato del lavoro
- Divario di genere italiano, il più ampio nella UE
- Chi arriva ai requisiti e chi aspetta i 67 anni
- Età pensionabile, sale dal 2027 per adeguamento alla speranza di vita
- Gli effetti di una carriera corta sull’assegno pensionistico
Il divario tra requisiti di legge e vita lavorativa effettiva
Il requisito anagrafico italiano per la pensione di vecchiaia è fra i più elevati dell’area OCSE. L’edizione 2025 di Pensions at a Glance colloca l’età di pensionamento ordinaria media a 64,7 anni per gli uomini e 63,9 per le donne fra chi si è ritirato nel 2024, con valori compresi fra i 62 anni di Lussemburgo e Slovenia e i 67 di Danimarca, Islanda e Norvegia. L’Italia sta nella fascia alta insieme a Germania, Svezia e Paesi Bassi.
Il canale alternativo chiede un’anzianità contributiva che supera la durata attesa della vita lavorativa di quasi tutta Europa. I 42 anni e dieci mesi della pensione anticipata ordinaria sono più alti della durata attesa registrata in ogni Paese dell’Unione tranne Paesi Bassi, con 44 anni, e Svezia, con 43,4. La Danimarca, terza in classifica, si ferma a 42,6 anni.
Il divario poggia tuttavia su un’importante premessa: l’indicatore europeo misura gli anni trascorsi nella forza lavoro dai 15 anni in avanti ed è calcolato sull’intera popolazione adulta, compresa quella che al lavoro non accede mai.
Misura quanto lavoro accumulato il sistema presuppone e quanto ne produce l’economia italiana. La distanza fra i due valori spiega perché la flessibilità in uscita in Italia funzioni per una minoranza.
La classifica europea della vita lavorativa
Nel 2025 la durata attesa della vita lavorativa nell’Unione europea è salita a 37,5 anni, dai 37,2 del 2024 e dai 35,2 del 2016. Sette Paesi superano i quarant’anni, guidati dai Paesi Bassi con 44. In fondo alla graduatoria la Romania si ferma a 32,7 anni, l’Italia a 33 e la Bulgaria a 34,6.
| Paese | Durata attesa della vita lavorativa |
|---|---|
| Paesi Bassi | 44,0 anni |
| Svezia | 43,4 anni |
| Danimarca | 42,6 anni |
| Estonia | 41,5 anni |
| Irlanda | 40,7 anni |
| Germania | 40,2 anni |
| Finlandia | 40,1 anni |
| Media UE | 37,5 anni |
| Grecia | 35,3 anni |
| Croazia | 35,1 anni |
| Bulgaria | 34,6 anni |
| Italia | 33,0 anni |
| Romania | 32,7 anni |

La distanza dell’Italia dalla media europea vale 4,5 anni e si è mossa poco nell’ultimo decennio. Fra il 2016 e il 2025 la durata attesa è cresciuta in tutti i Paesi dell’Unione, con incrementi pari o inferiori ai due anni per Romania, Spagna, Italia, Germania e Austria. Le progressioni più ampie arrivano da Malta, con 4,9 anni in più, da Ungheria e Irlanda con 4,2 e dai Paesi Bassi con 4,1.
Partecipazione al mercato del lavoro
L’indicatore stima quanti anni una persona di 15 anni trascorrerà nella forza lavoro, da occupata oppure da disoccupata, applicando i tassi di partecipazione per fasce quinquennali alle tavole di mortalità. Eurostat precisa che il valore non riflette l’età pensionabile di legge, gli obiettivi di policy né alcuna indicazione su quanto a lungo si debba lavorare.
La precisazione cambia la lettura del dato italiano. Trattandosi di una media calcolata su tutta la popolazione adulta, il risultato dipende soprattutto dal numero di persone che in ciascun anno di vita si trovano fuori dalla forza lavoro, e non dice nulla su quanti anni lavorino effettivamente le persone occupate. Eurostat quantifica il legame con un modello di regressione lineare: il tasso di partecipazione spiega circa l’89,5% della varianza fra i Paesi dell’Unione.
Chi non lavora e non cerca lavoro è compreso nel conteggio con il valore di una carriera assente, e questo sposta la media nazionale molto più di quanto possa fare qualunque canale di uscita anticipata. Il ritardo italiano nasce quindi a monte, da chi nel mercato del lavoro non arriva o ne esce prima dei cinquant’anni.
Divario di genere italiano, il più ampio nella UE
Le donne italiane hanno una vita lavorativa attesa di 28,4 anni, il valore più basso dei Ventisette, mentre gli uomini arrivano a 37,3. Il divario di 8,9 anni è il più ampio dell’Unione, davanti a Romania con 6,9, Grecia con 6,7 e Malta con 6,3, a fronte di una media europea di 4,1 anni che nell’ultimo decennio si è ridotta di quasi un anno.
Il confronto sui tassi di occupazione conferma la scomposizione. Nel 2025 l’Italia ha registrato il tasso di occupazione più basso dell’Unione nella fascia 20-64 anni, 67,6% contro una media UE del 76,1%, davanti a Romania con 69% e Grecia con 71%. Il valore femminile italiano si è fermato al 58%, ultimo fra i Ventisette, contro il 71,3% della media europea, mentre gli uomini italiani mostrano uno scarto molto più contenuto rispetto all’80,9% della media maschile continentale.
Una simulazione aritmetica aiuta a quantificare la componente. Allineando le donne italiane alla media femminile europea e lasciando invariato il valore maschile, la durata attesa nazionale salirebbe di circa tre anni e mezzo, portandosi a ridosso dei 37,5 anni dell’Unione. La quasi totalità del ritardo italiano si concentra nella partecipazione femminile al mercato del lavoro.
Chi arriva ai requisiti e chi aspetta i 67 anni
Il divario fra regole e carriere non colpisce tutti allo stesso modo. L’età media di pensionamento in Italia è di 64,1 anni per gli uomini e 65,4 per le donne, quindi sotto la soglia di legge dei 67: una quota consistente di lavoratori i requisiti contributivi li matura, e lascia il lavoro prima dell’età di vecchiaia. Il problema ha natura distributiva.
Il dettaglio territoriale del Rendiconto sociale Civ-INPS misura la dispersione. Gli uomini lasciano il lavoro a 62,3 anni in Trentino-Alto Adige e a 66,2 in Calabria, mentre fra le donne si va dai 64 anni dell’Alto Adige ai 67 dell’Umbria. Dove le carriere sono lunghe e continue, con contributi pieni e salari stabili, la pensione anticipata è raggiungibile; dove sono frammentate da part-time involontario, disoccupazione e lavoro irregolare, l’unica porta praticabile è l’età anagrafica.
La chiusura dei canali derogatori ha ristretto ulteriormente le alternative. Le beneficiarie di Opzione Donna sono scese a 3.860 rispetto alle 26.427 del 2022, mentre le pensioni liquidate con le quote si sono fermate a 5.643 dopo i 112.982 accessi del 2021.
Nel 2026 Quota 103 e Opzione Donna valgono soltanto per chi aveva già maturato i requisiti con le regole precedenti, e l’unico strumento ancora aperto è l’APE Sociale, prorogata al 31 dicembre 2026 dall’articolo 1, comma 162, della L. n. 199/2025, che richiede 63 anni e cinque mesi e l’appartenenza a una delle quattro categorie tutelate. Il quadro completo dei requisiti per la pensione nel 2026 distingue fra regole strutturali e misure a termine.
Età pensionabile, sale dal 2027 per adeguamento alla speranza di vita
Dal 1° gennaio 2027 la pensione di vecchiaia richiede 67 anni e un mese e dal 1° gennaio 2028 sale a 67 anni e tre mesi. Il decreto direttoriale del Ministero dell’Economia, di concerto con il Ministero del Lavoro, del 19 dicembre 2025 aveva fissato in tre mesi l’incremento a partire dal 2027; l’articolo 1, comma 185, della L. n. 199/2025 ne ha distribuito l’applicazione su due scatti. La circolare INPS n. 28 del 16 marzo 2026 ha fornito le istruzioni applicative e la tabella riepilogativa.
L’adeguamento riguarda anche l’anzianità contributiva. I nuovi requisiti dal 2027 portano la pensione anticipata ordinaria a 42 anni e undici mesi per gli uomini e 41 anni e undici mesi per le donne, con un ulteriore scatto dal 2028 a 43 anni e un mese e 42 anni e un mese. La soglia contributiva si allontana quindi ancora dalla durata attesa della vita lavorativa italiana.
Sono esclusi dall’adeguamento gli addetti alle attività gravose e usuranti in possesso dei requisiti di anzianità e continuità previsti, per i quali i requisiti sono congelati nel biennio 2027-2028. Un incremento aggiuntivo interessa invece il comparto difesa, sicurezza e soccorso pubblico, con possibili deroghe rinviate a un successivo decreto del Presidente del Consiglio dei ministri.
Gli effetti di una carriera corta sull’assegno pensionistico
Nel sistema contributivo l’importo della pensione dipende dal montante dei versamenti rivalutati, moltiplicato per il coefficiente di trasformazione legato all’età di uscita. Ogni anno di carriera in meno riduce il montante e quindi l’assegno, a parità di retribuzione. La durata della permanenza nel mercato del lavoro smette così di essere una statistica comparativa e determina il tenore di vita in pensione.
La transizione al calcolo contributivo è ormai quasi completata. L’OCSE rileva che oltre il 90% dei nuovi pensionati del 2025 ha la pensione calcolata con le regole contributive per più di metà della carriera, e che tali regole si applicheranno integralmente a tutti i nuovi trattamenti intorno al 2040. L’importo medio mensile alla decorrenza delle pensioni liquidate nel 2025 si è attestato a 1.229 euro, secondo l’Osservatorio INPS sui flussi di pensionamento, e il differenziale a sfavore delle donne sulle pensioni di vecchiaia arriva al 45%.
Il calcolo della pensione online permette di misurare l’effetto sulla singola posizione, stimando l’assegno lordo e netto e la prima decorrenza utile a partire dai contributi effettivamente accreditati. Simulando la stessa posizione con anzianità diverse, e confrontando l’uscita a 64 e a 67 anni, si ottiene la distanza in euro fra una carriera lunga 33 anni e una vicina ai quaranta.
Per chi lavora in proprio o guida una piccola impresa la questione è ancora più stringente, perché i versamenti alle gestioni degli artigiani e dei commercianti seguono l’andamento del reddito e le interruzioni di attività aprono vuoti nel montante che il sistema non recupera. Il riscatto della laurea, il cumulo dei periodi accreditati presso gestioni diverse e la previdenza complementare sono gli strumenti che permettono di intervenire prima che la posizione contributiva si consolidi.