PMI e start-up: prospettive per l’accesso al credito

di Alessandro Longo

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Accesso al credito, opportunità di finanziamento, agevolazioni fiscali e programmi di sviluppo per PMI e start-up innovative: ne parliamo con Carlo Alberto Carnevale Maffè.

Accesso al credito
Imprese
e start-up innovative alle prese con l’accesso al credito per promuovere investimenti e favorire la competitività: quali saranno le opportunità di finanziamento nell’immediato futuro? Il mondo imprenditoriale beneficerà realmente delle agevolazioni fiscali, delle iniziative e dei programmi di sviluppo messi in atto recentemente? Il futuro non è molto roseo secondo Carlo Alberto Carnevale Maffè, uno dei più noti esperti di economia applicata all’innovazione e docente di Strategia e Imprenditorialità presso Sda Università Bocconi di Milano.

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«Le PMI con un buon cash flow vedranno i benefici tra sei mesi, nell’accesso al credito bancario. Per le start-up innovative invece ho poche speranze: i problemi che ne attanagliano i finanziamenti sono troppo profondi, in Italia».

Professore, eppure gli ultimi giorni hanno portato buone notizie.

«Sì, ma bisogna vederle nel contesto. L’investment compact estende alle PMI innovative la logica delle agevolazioni fiscali che prima spettavano solo alle start-up e ha misure per il credito alle imprese. La Bce ha varato un programma di Quantitave Easing che supera le aspettative. Il combinato disposto di queste due misure eccezionali  dovrebbe agevolare l’accesso al credito bancario. È inevitabile: le banche si ritroveranno con un eccesso di cassa nei bilanci; venderanno titoli di stato e investiranno i soldi della Bce nelle società che godono di garanzia statale ».

Tutto bene, quindi.

«Aspetta: per prima cosa, il diavolo si cela sempre nei dettagli. Bisogna analizzare bene i criteri per le garanzie statali e fare attenzione a modifiche in fase di conversione del decreto. A volte basta una piccola chiosa per rendere il tutto molto meno vantaggioso. Secondo: eventuali vantaggi arriveranno solo per le aziende mature, che abbiano sufficiente cash flow per convincere le banche. Per le start-up innovative non sarà facile, invece. Anzi, diciamola tutta: non vedo grandi speranze di accedere a fiumi di finanziamenti».

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Perché? L’Italia dà detrazioni fiscali fino al 27 per cento per chi investe in startup innovative, da un anno. E, sempre per restare in quest’ambito, sono in arrivo novità come il programma Smart&Start 2.0, 220 milioni per finanziamenti a tasso zero (le domande scadono il 16 febbraio, Ndr.). Oppure come  l’equity crowdfunding e il co-investimento pubblico in capitale di rischio.

«Sì, sì: ma io vedo tutte queste cose come palliativi. In realtà questo Governo ha già fatto un disastro portando la tassazione delle rendite finanziarie al 27 per cento, il livello più alto in Europa: è un fortissimo disincentivo agli investimenti con capitale di rischio. Una premessa forse non è chiara: non è mestiere delle banche finanziare le start-up. I vincoli a cui devono attenersi, per le regole di Basilea, legano loro le mani nel fare investimenti ad alto rischio, come sono quelli sulle start-up. Servirebbe invece un buon tessuto di private equity e venture capital, che sono invece naneschi in Italia. Le misure decise dal Governo a favore delle start-up innovative non sono sufficienti, a fronte dell’accresciuta tassazione. Soffrono inoltre di “burocratite”: i vincoli sono troppo alti e contorti per accedere alla defiscalizzazione. Perché deve essere lo Stato a decidere che cosa è o non è una start-up innovativa? Lo decidano gli imprenditori e lo Stato li metta in condizione di muoversi senza bastoni tra le gambe. Te ne dico un’altra».

Prego.

«Ma perché le start-up innovative, per accedere alle agevolazioni, devono avere un bilancio certificato? Per certificare cosa, quelle poche cifre che hanno a pochi mesi dal lancio? Serve solo a foraggiare i revisori contabili, i cui onorari affossano i bilanci delle cosiddette start-up innovative… E non è finita, perché non ti ho citato un altro grave problema di fondo. »

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Quale?

«Si finanziano start-up perché si spera in una buona exit. Ma in Italia non c’è un mercato sufficiente per sostenere l’exit. Per esempio, sono poche le grandi aziende, che in altri Paesi comprano le start-up, fornendo agli investitori una possibile exit vantaggiosa. E le multinazionali straniere tendono a non investire nelle nostre start-up perché si fidano poco dell’Italia».

Non è proprio possibile vederla in positivo?

«Vediamola in positivo: il Governo sta mostrando buona volontà per rimediare a scelte disastrose. Ma incertezze burocratiche, norme distorsive e la mancanza di un requisito essenziale – la possibilità di una buona exit – vanificano tutto questo impegno. Inutile aprire i rubinetti a monte, se a valle c’è un tappo. »

Allora che cosa suggerisce di fare?

«Alle PMI innovative di studiare le opportunità che arrivano dalle nuove misure: loro sì possono avere vantaggi. Alle start-up italiane di aprire sede legale nel Regno Unito o negli Stati Uniti. Ma va bene qualsiasi altro Paese europeo, più dell’Italia: anche la Spagna. Al Governo invece suggerisco – anzi, chiedo caldamente – di fare il “Capital Act”, dopo il Jobs Act, per rilanciare la nostra economia. Semplificazioni, più certezze e più flessibilità per chi investe.»

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