L’accordo tra Unione Europea e amministrazione Trump ha fissato i dazi sulle merci europee al 15%, ma la sentenza della Corte Suprema americana del 20 febbraio 2026 — che ha dichiarato illegittimi i dazi basati sull’IEEPA — non ha chiuso la partita: Trump ha già reintrodotto nuove tariffe al 10% con base giuridica diversa, e il negoziatore commerciale Jamieson Greer ha chiarito al G7 Commercio di Bruxelles che l’intenzione è mantenere il quadro tariffario esistente. Per le PMI italiane il problema non è risolto, è solo cambiato di forma.
Adesso i dati ci dicono com’è andata davvero nel 2025, il primo anno pieno di dazi strutturali sul Made in Italy. I numeri ISTAT elaborati da Confartigianato e Unimpresa, pubblicati a fine febbraio 2026, raccontano una storia più sfumata di quanto i comunicati governativi lascino intendere: un’Italia che regge complessivamente grazie a pochi settori, mentre i comparti tradizionali delle PMI — meccanica, mobili, alimentari, prodotti in metallo — hanno ceduto terreno in modo significativo.
- Al netto del farmaceutico, l’export verso gli USA è calato
- Settore per settore, chi ha pagato il prezzo più alto
- Il dazio implicito è il cambio euro-dollaro
- Le Regioni italiane più esposte
- La sentenza della Corte Suprema complica le cose
- I mercati alternativi per la diversificazione
- Misure di Governo e richieste d’impresa
Al netto del farmaceutico, l’export verso gli USA è calato
Il titolo ufficiale dice +7,2% di export italiano verso gli USA nel 2025. Ma quasi tutto quel risultato lo ha prodotto un solo settore: il farmaceutico, che ha segnato un balzo del 54% a 15,7 miliardi di euro, diventando il primo comparto per quota sulle vendite italiane negli USA. Una crescita in parte reale, in parte legata al cosiddetto “front-loading”: molte aziende hanno anticipato le consegne nei mesi precedenti all’entrata in vigore dei nuovi dazi, gonfiando temporaneamente i volumi.
Al netto del farmaceutico il quadro cambia radicalmente. Le vendite verso il mercato americano registrano una contrazione dell’1,9% (-863 milioni di euro). Escludendo anche altri comparti ad alta specializzazione, il calo sale al 5,9%. E per i settori che costituiscono il cuore del Made in Italy manifatturiero — quello in cui operano la maggior parte delle PMI — la perdita è del 3,7%, pari a 1,3 miliardi di euro in meno.
Per capire il peso reale di questo dato basta ricordare che gli USA sono il secondo mercato mondiale per l’export italiano, dopo la Germania: 66,8 miliardi di euro, il 10,4% del totale. E che le PMI rappresentano il 58% dell’export nazionale (dato Confapi). Ogni punto percentuale perso su quel mercato si traduce in centinaia di milioni di euro sottratti al fatturato di imprese che, per dimensione, hanno margini di manovra limitati.
Settore per settore, chi ha pagato il prezzo più alto
I dati ISTAT per l’export verso gli USA nel 2025, elaborati da Confartigianato, mostrano contrazioni diffuse nei comparti tradizionali del Made in Italy:
- gli autoveicoli cedono il 18,5%, la caduta più pesante, con ripercussioni a cascata sulla componentistica;
- mobili e arredamento perdono l’8,2%, settore ad alta concentrazione di piccole imprese nei distretti del Nordest e della Brianza;
- i prodotti in metallo scendono del 7,9%, con le fonderie e le lavorazioni meccaniche di precisione più esposte;
- la chimica cala del 6,4%, inversione di tendenza rispetto al +1,9% del 2024;
- alimentari e bevande perdono il 4,5%, incluse eccellenze come vino, pasta e olio, su cui Coldiretti stima un rischio superiore al miliardo di euro in caso di escalation;
- macchinari e apparecchi arretrano del 3,4%, comparto simbolo della meccanica strumentale italiana;
- computer ed elettronica cedono il 3,2%, invertendo il +2,6% del 2024.
Solo la moda ha tenuto (+2,4%), con un rallentamento comunque significativo rispetto alla crisi del -4,9% del 2024. I mezzi di trasporto diversi dagli autoveicoli hanno segnato un +16,8%, trainati principalmente dalla consegna di navi.
Il dazio implicito è il cambio euro-dollaro
Alle tariffe formali si aggiunge una pressione che i comunicati ufficiali raramente menzionano. Da agosto 2025 a gennaio 2026 — esattamente il periodo di piena applicazione dei dazi — il dollaro si è deprezzato dell’8,6% sull’euro. Per un’azienda italiana che fattura in dollari sul mercato americano, questo significa che ogni 100 euro di merce spedita vale oggi circa 8,6 euro in meno al cambio, indipendentemente da qualsiasi tariffa doganale.
Il report ISPI calcola che, sommando il dazio nominale al 15% con l’effetto cambio, il dazio effettivo medio sul Made in Italy verso gli USA raggiunga circa il 21%. È una cifra che cambia la valutazione di molte imprese sulla sostenibilità dell’export americano, soprattutto per quelle con margini ridotti come i produttori di mobili, le fonderie e i trasformatori alimentari. Tajani stesso, a margine del G7 Commercio del 2 marzo, ha ammesso di essere «più preoccupato del cambio euro-dollaro che dei dazi formali».
Le Regioni italiane più esposte
L’impatto non è distribuito uniformemente sul territorio. Secondo le elaborazioni di Svimez e Bankitalia, le regioni con la maggiore quota di ricavi esposta all’export verso gli USA sono:
- la Toscana, dove il 5,3% dei ricavi regionali dipende dal mercato americano, trainata da vino, cuoio e manifattura di alta qualità;
- l’Emilia-Romagna, al 4,6%, con i distretti della meccanica, dell’automotive e dell’agroalimentare in prima linea;
- la Basilicata, al 4,1%, dove l’industria manifatturiera e automobilistica ha un peso decisivo sul tessuto produttivo locale;
- il Piemonte, al 3,8%, con la componentistica auto e le industrie alimentari più esposte;
- la Lombardia, al 3,1%, con una diversificazione produttiva che attenua l’esposizione aggregata ma non quella dei singoli distretti.
Il Nord nel suo insieme vale il 68,3% dell’export totale italiano verso gli USA. In quasi tutte le regioni, secondo Svimez, uno scenario di dazi al 30% produrrebbe una riduzione delle esportazioni a doppia cifra.
La sentenza della Corte Suprema complica le cose
La sentenza del 20 febbraio 2026 ha dichiarato illegittimi i dazi “reciproci” introdotti tramite IEEPA, perché il Congresso non aveva conferito alla presidenza una delega esplicita per imporre tariffe con quella base normativa. I dazi su acciaio, alluminio, automotive e legname — introdotti con basi giuridiche diverse — restano però in vigore. E Trump ha già emanato una Proclamazione Presidenziale che reintroduce tariffe al 10% su gran parte delle merci prima colpite da IEEPA.
Il risultato è che l’incertezza (più dei dazi in sé) è diventata la vera variabile che frena le decisioni in ambito export. Come rilevato dal Global Survey 2025 di Allianz Trade, quasi il 60% delle aziende esportatrici prevede un impatto negativo e il 45% attende un calo del fatturato. Un’impresa su quattro sta valutando di sospendere temporaneamente la produzione destinata al mercato americano.
I mercati alternativi per la diversificazione
La Mappa Export 2026 presentata da SACE il 27 febbraio mostra che quello italiano complessivo nel 2025 è cresciuto del 3,3% (643 miliardi di euro totali), dopo il -0,5% del 2024. La crescita si è concentrata su mercati alternativi: UE +2,6%, Regno Unito +3,4%, paesi OPEC +9,4%, India +4%. La Cina ha segnato un -13,4%, secondo anno consecutivo di contrazione.
L’agroalimentare ha chiuso il 2025 con un +4% a oltre 70 miliardi di euro, pari all’11% dell’export totale italiano, grazie proprio alla diversificazione geografica. La meccanica strumentale mostra segnali di ripresa nelle aree non americane, alimentata dagli investimenti in energie rinnovabili e nella transizione produttiva di diversi mercati emergenti.
La diversificazione non è un’alternativa immediata per le PMI: richiede tempo, risorse e competenze che molte piccole imprese non hanno internamente. Gli strumenti disponibili attraverso SACE, Simest e ICE — assicurazione del credito, finanziamenti agevolati per l’internazionalizzazione, supporto nelle fiere internazionali — sono stati potenziati nel tempo proprio per accompagnare questa transizione.
Ma come ha riconosciuto Cristian Camisa, presidente di Confapi, «per le aziende non c’è cosa peggiore dell’incertezza».
Misure di Governo e richieste d’impresa
Sul fronte delle misure di sostegno, il Governo Meloni ha annunciato 25 miliardi di risorse per le imprese esportatrici, da erogare attraverso strumenti da definire al tavolo export di Palazzo Chigi. Confartigianato chiede di concentrare l’intervento soprattutto sulle piccole imprese, quelle meno capaci di assorbire i dazi riducendo i prezzi o delocalizzando la produzione.
CNA propone di accelerare la diversificazione verso Asia, India e mercati OPEC con incentivi specifici. Coldiretti insiste su deroghe negoziali per i prodotti DOP e IGP, per cui la domanda dei consumatori USA è meno elastica al prezzo rispetto ai prodotti di massa.
Il punto su cui tutte le associazioni convergono è la necessità di un tavolo permanente (non emergenziale) per seguire l’evoluzione del quadro tariffario. Va in questa direzione la task force della Farnesina guidata da Tajani, all’undicesima riunione dopo il G7 Commercio del 2 marzo 2026.
Le imprese chiedono però che si traduca in misure concrete prima che i dati del 2026 confermino le perdite già visibili nel 2025.