Manager terzo settore, guadagni ridotti

di Carlo Lavalle

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I manager del no profit guadagno un terzo di quelli di aziende private, come dice un rapporto dell'Osservatorio sulle Risorse Umane del Nonprofit.

Il Terzo Settore si sta via via professionalizzando con un aumento della componente del lavoro retribuito e una diminuzione dell’attività prestata volontariamente. Allo stesso tempo i top manager del no profit guadagnano un terzo dei colleghi delle aziende private.

E’ quanto emerge dalla Quarta Indagine sulle prassi gestionali e retributive nel No profit curata dall’Osservatorio sulle Risorse Umane del Nonprofit (ORUNP), promosso da Fondazione Sodalitas ed Hay Group.

A 5 anni dalla precedente rilevazione il panorama si arricchisce di dati che consentono di tracciare un profilo più preciso. L’indagine si è allargata coinvolgendo 126 Organizzazioni del Terzo Settore contro le 75 del 2006 per un totale di circa 20mila dipendenti.

L’esame ha riguardato 44 tra associazioni e fondazioni, 36 Ong (Organizzazioni Non Governative) 25 cooperative sociali e 21 tra consorzi e associazioni di 2° e 3° livello. La valutazione comporta un confronto delle prassi gestionali e retributive adottate dalle ong con quelle in uso nei settori Profit e nella Pubblica Amministrazione e una comparazione con le pratiche in voga nel no profit di Gran Bretagna e Stati Uniti.

Il divario nelle retribuzioni resta considerevole se paragonato con gli stipendi delle imprese specialmente per quanto concerne le funzioni direttive con una tendenza all’accentuazione del turn-over nei ruoli più bassi. Il gap retributivo a sfavore del no profit è ulteriormente avvalorato dai dati sul ricorso alla retribuzione variabile e ai benefit. Messo in rapporto con altri paesi il Terzo settore italiano non regge il confronto: le grandi charity e le grosse strutture ospedaliere del Regno Unito e degli Stati Uniti hanno stipendi in linea con il mercato privato.

Maggiore attenzione invece verso le esigenze individuali dei collaboratori in termini di flessibilità dell’orario di lavoro: oltre il 50% consente infatti di gestire in modo flessibile ferie e orario di lavoro mentre il 75% delle organizzazioni interpellate accetta la gestione flessibile dei permessi. Inoltre, se nel settore profit 2 dipendenti su 3 sono uomini, nel no profit si riscontra una più equa distribuzione di genere: i dipendenti maschi rappresentano il 41%, mentre le donne il 59%.

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