Licenziamenti e manager: l’Italia viola le norme UE

di Barbara Weisz

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La legislazione italiana viole le direttive UE in materia di licenziamenti e tutele di manager e dirigenti: due mesi di tempo per revisionare le norme e scongiurare il deferimento alla Corte di Giustizia Europea.

L’Italia ha violato la direttiva Direttiva 98/59/CE sui licenziamenti collettivi, per cui la Commissione Europea le ha imposto applicare ai manager le stesse tutele dei dipendenti perché anche  i dirigenti italiani sono lavoratori, ma non godono delle stesse tutele degli altri dipendenti. Roma ha ora due mesi di tempo per presentare a Bruxelles misure in linea con le direttive comunitarie, altrimenti l’Italia sarà deferita alla Corte di Giustizia Europea.

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La normativa italiana

La legge italiana di riferimento in materia è la n. 223/1991, che definisce (correttamente) collettivo il licenziamento che riguarda almeno cinque dipendenti, nelle aziende con oltre 15 dipendenti:

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Il problema sorge in relazione alla posizione dei dirigenti: così come applicata dai tribunali, la legge italiana li considera esclusi dal novero e dalle garanzie procedurali (informazione e consultazione dei lavoratori sul luogo di lavoro).

I licenziamenti collettivi, infatti, devono prevedere una fase di consultazioni con i rappresentanti dei lavoratori per tentare un accordo (possibilità alternative al licenziamento; misure sociali di accompagnamento per la riqualificazione e riconversione del personale licenziato): ebbene, la procedura italiana esclude i manager da tutto questo e dall’applicazione della mobilità.

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L’infrazione dell’Italia, secondo Bruxelles, va sanata perché non solo «costituisce un’ingiustificata discriminazione» nei confronti dei dirigenti ma «in taluni casi, può comportare anche un abbassamento, ugualmente ingiustificato, del grado di protezione di altre categorie di lavoratori», ad esempio rendendo più difficile raggiungere la soglia di licenziamenti prevista per dare inizio alla procedura di informazione e di consultazione.

La norma UE

Il problema è la definizione di “lavoratori” che, specifica Bruxelles, «non può essere lasciata alla discrezione degli Stati membri, ma deve essere uniforme in tutta l’Unione europea e conforme agli obiettivi della direttiva, al principio della parità di trattamento e alla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea».

La precisazione è importante perché se nelle grandi aziende i dirigenti hanno spesso un potere contrattuale molto elevato, lo stesso non vale per i manager di medio livello e per i quadri, ancor di più nelle PMI.

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Dunque, bisogna considerare i manager come dipendenti a tutti gli effetti:   specifico questo riguarda sia «gli alti dirigenti,che esercitano un ampio potere discrezionale e decisionale nell’impresa, anche per quanto riguarda la gestione del personale», sia «i quadri di livello medio e inferiore, che senza svolgere un ruolo di alter ego del datore di lavoro e senza avere un potere di gestione dei mezzi di produzione dell’impresa, dispongono di conoscenze professionali molto elevate».