Riforma fiscale: lo spettro IRI

di Francesca Vinciarelli

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L’imposta sui redditi d’impresa (IRI) presente nella bozza di delega per la riforma fiscale, punisce le imprese di minori dimensioni e i redditi bassi; bene chi rafforza il patrimonio: i calcoli.

La bozza di delega per la riforma fiscale, contenente la nuova imposta sui redditi d’impresa (IRI), rischia di penalizzare le imprese di dimensioni più piccole, avvantaggiando al contrario le aziende di maggiori dimensioni.

In particolare, ditte individuali e professionisti rischieranno di dover corrispondere al Fisco cifre maggiori rispetto a quelle attuali.

I professionisti perché in pratica verrebbero fiscalmente equiparati alle imprese, perdendo il beneficio del principio di cassa per il calcolo del reddito in favore del criterio di competenza.

Le ditte individuali in virtù della loro probabile collocazione negli scaglioni di reddito a cui oggi si applica l’aliquota IRPEF più bassa, ossia del 23%: in pratica, oggi  un’ impresa individuale con reddito fino a 28mila euro corrisponde al fisco una IRPEF del 23% fino a 15mila euro e 27% per la parte restante, più le addizionali locali stabilite dalla Regione e del Comune di residenza.

Con l’IRI, invece, pagherebbe un’imposta del 27,5% sul reddito d’impresa, mentre la parte che preleva dalla sua azienda come utile sarebbe tassata comunque secondo le aliquote progressive IRPEF.

Inoltre la maggior parte degli imprenditori del nostro territorio vivono solo dei redditi del proprio lavoro e quindi non li lasciano in azienda per rafforzare il patrimonio, come invece auspica e incentiva la nuova norma.

L’obiettivo dichiarato è, infatti, proprio quello di incentivare la capitalizzazione, premiando soci e titolari che non toccano gli utili per destinarli a investimenti ed a rafforzare il patrimonio.