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Private Equity in Italia: nel 2026 cresce la selezione e si punta al controllo

di Anna Fabi

22 Gennaio 2026 12:47

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Nel 2026 il private equity in Italia punta su operazioni più grandi, manifattura e settori resilienti. AI ed ESG contano se portano valore misurabile.

Il mercato italiano del Private Equity entra nel 2026 con un segnale chiaro: l’attività non si è fermata e non si sta riducendo ma sta cambiando forma. Dopo un secondo semestre 2025 da record, con 322 operazioni concluse, gli operatori stimano per i primi sei mesi del nuovo anno circa 224 deal, concentrati su operazioni di dimensione medio-alta e su settori industriali considerati più resilienti.

È uno scenario che emerge dalla nuova Private Equity Survey condotta da Deloitte in collaborazione con AIFI e LIUC Business School, e che fotografa un mercato meno euforico rispetto al passato, ma strutturalmente più selettivo e orientato alla creazione di valore industriale.

Un mercato che rallenta nei volumi ma cresce nella qualità

Il dato più rilevante non è tanto il numero assoluto di operazioni previste, quanto la loro composizione. Oltre la metà dei deal attesi nel primo semestre 2026 riguarda transazioni superiori ai 30 milioni di euro, con una netta preferenza per operazioni di maggioranza. La quota di operatori che indica questo approccio come prioritario supera il 90%, confermando una strategia sempre più orientata al controllo e alla gestione diretta delle società partecipate.

Si riduce, di contro, l’interesse per le partecipazioni di minoranza e per i co-investimenti, segnale di un contesto in cui l’incertezza geopolitica e macroeconomica spinge i fondi a ridurre l’esposizione a modelli meno governabili.

Manifattura, Food e Salute guidano le scelte di investimento

Dal punto di vista settoriale, il manifatturiero si conferma il comparto più attrattivo per gli investitori, con il 26% delle preferenze e una crescita rispetto al semestre precedente. Seguono Food & Beverage e Life Sciences & Healthcare, settori che beneficiano sia della domanda strutturale sia della capacità di difendere i margini in contesti inflattivi.

Più prudente l’approccio verso l’ICT e i beni di consumo, che restano presenti nei radar degli operatori ma senza segnali di accelerazione significativa.

AI ed ESG restano centrali, ma senza automatismi

L’intelligenza artificiale continua a rappresentare un fattore rilevante nella selezione dei target, citata dal 75% degli operatori, pur registrando un lieve arretramento rispetto alla rilevazione precedente. Il dato suggerisce una fase di maggiore maturità: l’AI non è più un elemento distintivo in sé, ma una leva da valutare caso per caso in termini di applicabilità industriale e ritorno economico.

I criteri ESG risultano invece ormai strutturali nei processi decisionali. Oltre due terzi degli operatori li integrano già nella fase di investimento o nella gestione delle società in portafoglio, confermando che sostenibilità e governance non sono più considerate un vincolo reputazionale ma un fattore di creazione di valore.

Finanziamenti: tornano centrali le banche commerciali

Un altro elemento di discontinuità riguarda le fonti di finanziamento. Le banche commerciali tornano a occupare una posizione centrale nel supporto alle operazioni di acquisizione, con una crescita significativa delle aspettative per il 2026. Al contrario, cala l’appeal dei fondi di private credit, segnale di un riequilibrio del mercato del debito a favore di strumenti più tradizionali.

Questo cambio di passo riflette anche un miglioramento delle condizioni di accesso al credito, che contribuisce a sostenere il sentiment positivo degli operatori nonostante le tensioni internazionali.

Geografia dei deal: Nord dominante, Sud ancora marginale

La distribuzione territoriale delle operazioni resta fortemente sbilanciata. Nel secondo semestre 2025 quasi il accesso dei deal si è concentrato nel Nord Italia, mentre il Centro ha perso peso e il Sud, pur in lieve recupero, resta marginale.

Un dato che evidenzia come il Private Equity continui a intercettare soprattutto ecosistemi industriali già maturi, lasciando aperta la questione della capacità di attrarre capitali nei territori meno strutturati.

Exit in crescita: il ciclo entra in una fase più matura

Infine, aumenta in modo significativo la quota di operatori che prevede attività di exit nel prossimo semestre. È un segnale coerente con un mercato che, dopo anni di accumulazione di partecipazioni, inizia a guardare con maggiore attenzione alla monetizzazione degli investimenti.

Nel complesso, il quadro che emerge non è quello di un mercato in rallentamento, ma di un Private Equity italiano più maturo, selettivo e industriale, chiamato a muoversi in un contesto complesso senza rinunciare a operazioni di dimensione e ambizione rilevanti.