Rapporto ABI, credito imprese in ripresa ma l’innovazione chiede capitale di rischio

di Anna Fabi

16 Luglio 2026 11:34

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L’aumento dei prestiti finanzia soprattutto la liquidità legata ai rincari energetici. Per software, brevetti e crescita Panetta indica più capitale proprio.

Il Rapporto annuale ABI 2026, presentato a Roma il 15 luglio durante l’Assemblea dell’Associazione Bancaria Italiana, fotografa il settore attraverso i dati su credito, patrimonio, liquidità e digitalizzazione. Gli interventi del Governatore della Banca d’Italia Fabio Panetta e del presidente ABI Antonio Patuelli interpretano i dati chiave: i prestiti alle imprese accelerano per soddisfare il fabbisogno di liquidità generato dai rincari energetici ma software, brevetti e crescita industriale richiedono una maggiore disponibilità di capitale di rischio. In sintesi:

  • i prestiti al settore privato e alla PA ammontano a 1.657 miliardi di euro;
  • i finanziamenti alle imprese non finanziarie raggiungono 606 miliardi di euro;
  • il 40% del credito alle imprese è destinato alle PMI e il 90,4% ottiene tutto l’importo richiesto o almeno il 75%;
  • i prestiti alle imprese sono cresciuti del 6,2% su base trimestrale annualizzata in maggio;
  • la solidità bancaria è descritta da un CET1 del 15,7%, un rapporto netto dei crediti deteriorati dell’1,3% e 6,3 miliardi investiti in tecnologie e intelligenza artificiale.

Il Rapporto ABI fotografa il sostegno all’economia reale

Le banche operanti in Italia finanziano il settore privato e la Pubblica Amministrazione con 1.657 miliardi di euro. Il Rapporto annuale ABI 2025/2026 attribuisce 684 miliardi alle famiglie, dei quali 441 miliardi legati all’acquisto di abitazioni, e 606 miliardi alle imprese non finanziarie.

La raccolta dalla clientela residente ammonta a 2.141 miliardi di euro, suddivisi tra 1.873 miliardi di depositi e 268 miliardi di obbligazioni. Le attività finanziarie nette pro capite raggiungono 91.000 euro in Italia, rispetto ai 74.000 euro registrati nell’Eurozona.

Il ruolo delle banche nella finanza aziendale italiana rimane superiore a quello osservato nei principali Paesi europei. Secondo Panetta, i debiti bancari rappresentano il 46% dei debiti finanziari delle imprese e il 14% della somma tra debiti finanziari e capitale proprio.

Alle PMI il 40% dei prestiti destinati alle imprese

Il Rapporto ABI attribuisce alle piccole e medie imprese il 40% dei prestiti aziendali, una quota vicina al 41% dell’Eurozona. Anche la percentuale di richieste soddisfatte risulta più alta rispetto alla media europea.

Il 90,4% delle PMI italiane ottiene l’intero importo domandato oppure almeno il 75%, contro l’84,2% dell’area euro. Il dato descrive l’accessibilità del credito, senza indicare necessariamente la quantità complessiva di investimenti realizzati dalle aziende.

La disponibilità bancaria dipende infatti dalla sostenibilità finanziaria del richiedente e dalle prospettive del settore. I criteri bancari per i prestiti alle imprese avevano già evidenziato una maggiore cautela verso le attività esposte alle tensioni energetiche e geopolitiche.

Il credito alle imprese accelera al 6,2%

Nel mese di maggio i finanziamenti alle società non finanziarie sono aumentati del 6,2% su base trimestrale annualizzata, rispetto al 2,3% di febbraio. Il dato è stato presentato da Panetta durante l’Assemblea ABI sulla base delle elaborazioni della Banca d’Italia.

La crescita deriva soprattutto dal maggiore fabbisogno di liquidità a breve termine. Il rincaro dei beni energetici ha assorbito risorse destinate alla gestione corrente e ha spinto molte aziende a ricorrere al credito per finanziare scorte, fornitori e capitale circolante.

Questa composizione distingue la ripresa dei prestiti da una crescita generalizzata degli investimenti produttivi. Una parte della nuova domanda bancaria serve a proteggere gli equilibri finanziari delle imprese dagli aumenti di gas, petrolio e materie prime.

Capitale e liquidità rafforzano le banche italiane

Il Rapporto annuale descrive un settore con un coefficiente CET1 del 15,7% e un coefficiente complessivo di patrimonializzazione del 19,6%. I valori dell’Eurozona sono rispettivamente pari al 16,2% e al 19,7%.

Gli indicatori di liquidità risultano superiori alla media europea. Il Liquidity Coverage Ratio raggiunge il 169%, contro il 159% dell’Eurozona, mentre il Net Stable Funding Ratio si colloca al 133%, rispetto al 127% europeo.

La qualità del credito è sintetizzata nel Rapporto da un rapporto netto tra crediti deteriorati e prestiti dell’1,3%. Panetta, utilizzando aggregati e periodi di riferimento differenti, indica una quota intorno all’1%, rispetto a oltre l’8% di dieci anni prima.

Il miglioramento degli attivi consente alle banche di assorbire eventuali nuovi shock con basi patrimoniali più robuste. La selezione del credito conserva comunque un ruolo centrale, soprattutto per gli intermediari di minore dimensione e per i finanziamenti verso aziende più fragili.

Garanzie pubbliche legate al merito creditizio

Panetta e Patuelli assegnano alle garanzie pubbliche una funzione di supporto alle imprese meritevoli con difficoltà di accesso ai finanziamenti. La copertura dello Stato riduce una parte del rischio assunto dalla banca, senza sostituire la valutazione sulla capacità di rimborso.

Dal 2024 il Fondo Centrale ha nuovamente escluso i prestiti alle imprese classificate nella fascia di rischio più elevata dal proprio modello di rating. Patuelli ha richiamato questa regola per ribadire il carattere accessorio della garanzia rispetto al merito creditizio.

Nel 2026 il Fondo di Garanzia PMI copre fino al 50% dei finanziamenti per liquidità e fino all’80% delle operazioni collegate agli investimenti. La percentuale di copertura agevola l’accesso al prestito, mentre importo e durata dipendono dai conti aziendali e dal progetto finanziato.

L’innovazione richiede più capitale di rischio

Il credito bancario incontra maggiori difficoltà nel finanziamento di software, brevetti, licenze e ricerca. Queste attività hanno un valore incerto, sono difficili da utilizzare come garanzia e producono ritorni economici spesso lontani nel tempo.

Il capitale di rischio risponde meglio alla struttura finanziaria dei progetti innovativi, poiché l’investitore partecipa ai risultati futuri dell’impresa. I fondi specializzati apportano inoltre competenze gestionali, conoscenze tecniche e relazioni commerciali utili alla crescita.

Tra il 2014 e il 2025, secondo i dati citati da Panetta, le attività mondiali gestite da fondi di private equity e venture capital sono triplicate, raggiungendo 10.000 miliardi di dollari. La crescita è stata più intensa nelle economie con una quota elevata di investimenti immateriali.

Il mercato italiano presenta dimensioni inferiori rispetto agli altri principali Paesi. Molte operazioni riguardano riorganizzazioni societarie o imprese nelle fasi iniziali, mentre risultano più scarse le risorse destinate alla crescita dimensionale finanziata dal venture capital.

Il Fondo di fondi può ampliare l’offerta di capitale

Panetta propone uno sviluppo coordinato dell’intera filiera del capitale di rischio, coinvolgendo gestori, investitori istituzionali, soggetti pubblici e imprese. L’obiettivo è accompagnare i progetti dalla nascita dell’azienda fino alla crescita industriale.

Un fondo di fondi può aggregare risorse, diversificare le partecipazioni e favorire la nascita di gestori specializzati. Il contributo pubblico avrebbe una funzione di catalizzatore, con criteri selettivi e un orientamento basato sulla qualità economica degli investimenti.

Anche il risparmio delle famiglie può contribuire all’offerta di capitale proprio, attraverso strumenti trasparenti, comprensibili e con costi contenuti. Panetta indica inoltre l’esigenza di razionalizzare gli incentivi fiscali già previsti per favorire investimenti consapevoli e di medio-lungo periodo.

La dimensione nazionale offre possibilità limitate rispetto ai capitali necessari per competere nelle tecnologie globali. Un mercato europeo più integrato potrebbe ampliare la platea degli investitori, distribuire i rischi e sostenere le imprese italiane lungo tutte le fasi di sviluppo.

Ogni investimento richiede la sua struttura finanziaria

La scelta tra debito e capitale proprio dipende dalla prevedibilità dei ricavi, dalla durata del progetto e dalla presenza di beni utilizzabili come garanzia. Le principali esigenze aziendali possono essere associate agli strumenti seguenti:

Esigenza dell’impresa Strumenti finanziari coerenti
liquidità per energia, scorte e ritardi negli incassi affidamenti bancari e prestiti a breve termine, commisurati ai flussi di cassa attesi
acquisto di macchinari, impianti e immobili finanziamenti a medio-lungo termine, leasing e garanzie pubbliche per gli investimenti
sviluppo di software, brevetti e attività di ricerca capitale proprio, venture capital e co-investimenti, affiancati dal debito sulle componenti con ricavi prevedibili
crescita dimensionale, acquisizioni e nuovi mercati private equity e debito strutturato sulla capacità dell’impresa di generare cassa

Una struttura mista può distribuire il rischio tra soci, investitori e finanziatori. Il capitale proprio assorbe l’incertezza iniziale, mentre il credito finanzia le attività dotate di ricavi e tempi di rimborso maggiormente prevedibili.

Banche e intelligenza artificiale assorbono 6,3 miliardi

Nel 2025 le banche italiane hanno investito 6,3 miliardi di euro nelle nuove tecnologie e nell’intelligenza artificiale, secondo il dato ABI Lab richiamato da Patuelli. La cifra comprende l’insieme degli investimenti tecnologici e delle applicazioni basate sull’IA.

Il Rapporto annuale colloca la spesa informatica del settore tra 5 e 8 miliardi di euro l’anno, rispetto ai 4-6 miliardi del 2020. Le risorse finanziano infrastrutture, pagamenti, automazione, analisi dei dati e sicurezza informatica.

Alla trasformazione digitale corrisponde una crescita dei rischi. Gli incidenti informatici del triennio 2023-2025 sono raddoppiati rispetto al periodo precedente, mentre per il 2026 è attesa una spesa di circa un miliardo di euro per la sicurezza fisica e digitale.

I pagamenti elettronici crescono del 12,4%

Il Rapporto ABI registra un aumento del 12,4% dei pagamenti elettronici nell’ultimo anno. In Italia sono eseguite 27.889 transazioni digitali al minuto, per un valore complessivo delle operazioni alternative al contante pari a 12.662 miliardi di euro.

Le operazioni con strumenti diversi dal contante sono 16,5 miliardi, delle quali 12,4 miliardi effettuate con carte di pagamento e 2,4 miliardi tramite bonifico. Il numero pro capite si ferma a 280 operazioni l’anno, rispetto alle 426 dell’Eurozona.

Patuelli associa la diffusione dei pagamenti digitali a maggiore tracciabilità, concorrenza e riduzione dell’evasione fiscale. Ha inoltre richiamato una stima di Panetta secondo cui ogni incremento di un punto percentuale della quota di spesa digitale genera quasi mezzo punto di gettito IVA aggiuntivo.

Energia e tassi condizionano la crescita del credito

L’inflazione dell’area euro oscilla intorno al 3% e, secondo Panetta, potrebbe mantenersi sopra tale livello fino all’inizio del 2027. Il conflitto in Medio Oriente e i nuovi rincari di petrolio e gas aumentano il rischio di ulteriori tensioni sui prezzi.

La BCE ha risposto con un aumento dei tassi di 25 punti base nella riunione di giugno. Le prossime decisioni dipenderanno dall’andamento dell’energia, dell’economia, dei salari e dei prezzi di beni e servizi.

Un prolungamento delle ostilità potrebbe indurre le banche ad adottare criteri di offerta più selettivi. Per le PMI, la crescita del credito al 6,2% rappresenta una disponibilità immediata di risorse, mentre la continuità dei finanziamenti dipenderà da margini, flussi di cassa e capacità di rimborso.

Il messaggio complessivo dell’Assemblea ABI affida alle banche il sostegno delle esigenze finanziarie ordinarie e degli investimenti dotati di ricavi prevedibili. I progetti innovativi richiedono invece capitale di rischio, investitori specializzati e mercati europei più integrati, così da trasformare il risparmio disponibile in crescita industriale.