Ponte sullo Stretto, chi ci guadagna

di Barbara Weisz

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Confindustria e ANCI favorevoli al Ponte sullo Stretto rilanciato da Renzi, forze politiche spaccate: le ripercussioni in termini di spesa, grandi infrastrutture al Sud e posti di lavoro.

Dalle imprese arrivano reazioni positive alla proposta del Premier di rilanciare il progetto Ponte sullo Stretto di Messina. Le diverse dichiarazioni si inseriscono nel dibattito infuocato riaperto da Renzi quando, rivolgendosi all’assemblea del gruppo Salini-Impregilo, ha lanciato la sfida: completare il progetto Ponte sullo Stretto, opera:

«utile per tornare ad avere una Sicilia più vicina e raggiungibile e per togliere la Calabria dal suo isolamento» oltre a generare potenziali 100mila posti di lavoro.

Secondo le indiscrezioni di stampa, le risorse pubbliche per la realizzazione del Ponte sullo Stretto sarebbero intorno ai 2 miliardi di euro e coprirebbero circa la metà del costo dell’opera (la costruzione dell’infrastruttura costerebbe circa 3,9 miliardi di euro, secondo l’amministratore delegato di Ferrovie dello Stato, Renato Mazzoncini). Non si esclude l’utilizzo di fondi europei.

Le imprese

Per il presidente di Confindustria, Vincenzo Boccia:

«potrebbe offrire opportunità di lavoro e sviluppo sia per le imprese sia per il territorio», sopratutto se inserito «in un piano strategico di infrastrutture per rilanciare tutta la dotazione del Mezzogiorno, che sconta ritardi e condizioni di degrado inaccettabili».

Favorevoli le imprese edili di ANCE Sicilia e Calabria, i cui presidenti Santo Cutrone e Francesco Berna, si dicono:

«fermamente convinti» della necessità dell’opera, che «costituirebbe un formidabile strumento di ripresa per l’intero comparto dell’edilizia, mediante l’apertura di grandi cantieri» affrontando anche «la questione strategica legata al futuro dell’intero Mezzogiorno».

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Ripercussioni

I due presidenti ritengono che il Ponte sia «l’unica infrastruttura che può rendere possibile un’effettiva infrastrutturazione delle regioni del Sud», anche in considerazione del fatto che «la realizzazione dell’alta velocità e dell’alta capacità ferroviaria, il completamento dell’asse tra Napoli e Palermo e l’ultimazione di uno dei rami del grande corridoio paneuropeo che unisce l’Europa centrale al cuore del Mediterraneo, dipendono per intero da questo progetto».

E’ certamente «fondamentale» la questione «del contrasto alla mafia e alla ‘ndrangheta», ma «non può rallentare o impedire un grande progetto di questo tipo. Si attuino gli strumenti, che in atto esistono e che sono efficaci, volti a prevenire e reprimere le infiltrazioni, ma le grandi opere non vanno fermate».

Le reazioni politiche

Il Movimento 5 Stelle definisce l’opera:

«costosissima, inutile e in piena zona sismica. Un’opera che non vedrà mai la luce, già costata circa 600 milioni di euro ai contribuenti, per il quale Monti stanziò 300 milioni per il pagamento delle penali per la non realizzazione del progetto».

Replica del capogruppo Pd alla Camera, Ettore Rosato:

«solo polemica, ma le polemiche non si mangiano, non danno lavoro, non consentono una migliore mobilità», «noi ragioniamo con l’idea di cosa fare domani e pensare che ogni famiglia spende 75 euro solo per la macchina per attraversare lo Stretto, impone che un governo guardi in prospettiva». «E’ evidente che ci sono delle priorità e che prima porteremo l’alta velocità fino a Reggio Calabria e renderemo le ferrovie siciliane fruibili, poi si realizzerà un’opera che un grande paese come l’Italia non può cancellare dalla sua agenda».

Critiche anche dall’interno della maggioranza di Governo. Ermete Realacci, presidente commissione Ambiente della Camera, non ha dubbi:

«i 100mila posti di lavoro sono una balla, saranno 7mila posti all’anno per 15 anni».

Accordo invece da parte dell’Area Popolare («già da ministro delle Infrastrutture mi ero detto d’accordo sulla realizzazione del Ponte sullo Stretto», ricorda Maurizio Lupi).