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Cloud computing: tanti server, pochi dipendenti?

di Tullio Matteo Fanti

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Il Cloud computing crea pochi posti di lavoro ma abbatte i costi delle Pmi e preserva i responsabili IT delle aziende: un equilibrio ancora sostenibile in ambito occupazione.

Il cloud computing abbatte i costi delle PMI e non altera troppo gli equilibri delle professionalità IT interne, ma necessita al contempo di enormi data center esterni il cui rapporto tra investimenti e posti di lavoro appare alquanto sbilanciato.
In pratica, se tempo addietro ingenti investimenti garantivano migliaia di posti di lavoro, oggi, nell’era dell’economia digitale, la spesa per la creazione e la gestione di migliaia di server riesce a generare poco impiego.

La situazione è ben esemplificata dal nuovo data center Apple (Maiden, North Carolina), una struttura da 900mila metri quadrati costata 1 miliardo di dollari, in grado di funzionare con l’apporto di solo 50 dipendenti full-time, oltre a 250 lavoratori esterni a contratto per la manutenzione e sicurezza dell’impianto.

Anche Google e Facebook hanno scelto lo stesso settore del North Carolina per i loro data center, ed hanno contribuito in egual modo alla creazione di pochissimi nuovi posti di lavoro, con scarse ripercussioni sull’occupazione della zona.

Senza creare troppi allarmismi, bisogna comunque dire che le strutture cloud così create possono dare il loro contributo nella modernizzazione di un paese e nello stimolare gli investimenti da parte di altre nuove imprese.

Parimenti, per quanto riguarda gli equilibri interni delle aziende, migrare al cloud non equivale ad effettuare un taglio del personale IT, pur causando dei cambiamenti: le professionalità IT non perdono infatti di valore ma acquisiscono nuove competenze in campo cloud, senza contare che la gestione dei servizi richiede responsabili IT in grado di interagire al meglio con i provider.

 

FONTI: Washington Post, Webnews