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Nati negli anni ’60, ’70 e ’80: come si sposta la data della pensione

di Anna Fabi

8 Gennaio 2026 08:28

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Per chi è nato negli anni ’60, ’70 e ’80 la pensione segue traiettorie diverse. Età, contributi, importo minimo e adeguamenti alla speranza di vita ridisegnano l’uscita dal lavoro per ciascuna generazione.

Nel sistema previdenziale italiano non esiste più un’unica risposta alla domanda “quando andrò in pensione”. L’anno di nascita incide in modo determinante sull’orizzonte di uscita dal lavoro, perché definisce il metodo di calcolo, l’accesso alle deroghe e l’impatto degli adeguamenti alla speranza di vita.

Chi è nato negli anni Sessanta, Settanta e Ottanta si muove oggi su traiettorie profondamente diverse, pur guardando allo stesso traguardo.

Pensione futura: quali regole restano valide per tutti

Le regole di base sono note: pensione di vecchiaia fissata a 67 anni, pensione anticipata legata a requisiti contributivi molto elevati, sistema contributivo come riferimento per una quota crescente di lavoratori. A partire dal 2027 torneranno inoltre a operare gli adeguamenti automatici alla speranza di vita, con incrementi progressivi dei requisiti anagrafici e contributivi.

A questo si aggiunge un elemento spesso sottovalutato: nel sistema contributivo non basta raggiungere l’età prevista dalla legge, ma è necessario maturare un importo minimo dell’assegno. In mancanza di questa soglia, l’uscita viene rinviata, anche se l’età anagrafica è stata raggiunta.

Nati negli anni ’60: l’ultima generazione di transizione

Chi è nato negli anni Sessanta si colloca nella fase finale della transizione tra il vecchio sistema e quello attuale. Molti hanno beneficiato, almeno in parte, del metodo retributivo e hanno potuto intercettare finestre di uscita che oggi non esistono più o sono fortemente ridimensionate.

Per questa generazione, il rischio principale non è tanto lo slittamento dell’età, quanto la perdita delle ultime occasioni di accesso agevolato. Ogni rinvio può comportare l’ingresso pieno nel contributivo, con effetti permanenti sull’importo dell’assegno. La pensione, per molti, è una partita che si gioca ora, non più in prospettiva.

Nati negli anni ’70: la pensione come equilibrio da costruire

I nati negli anni Settanta sono la prima generazione completamente immersa nel sistema contributivo. Le regole non prevedono scorciatoie strutturali e l’uscita dal lavoro non coincide con una data fissa, ma con l’equilibrio tra continuità contributiva, montante accumulato e coefficienti applicati.

Per questa coorte, le carriere discontinue, il part-time e le interruzioni producono effetti cumulativi che emergono soprattutto negli ultimi anni. Il risultato è uno slittamento non sempre visibile: non tanto dell’età legale, quanto della possibilità concreta di smettere di lavorare senza penalizzazioni eccessive.

Nati negli anni ’80: una pensione senza coordinate temporali certe

Per chi è nato negli anni Ottanta, la pensione è una variabile ancora più aperta. L’età anagrafica fornisce solo un riferimento minimo, mentre il risultato finale dipenderà quasi interamente dalla capacità di accumulare contributi sufficienti nel tempo.

Il rischio più rilevante per questa generazione non è andare in pensione tardi, ma arrivarci con un assegno inadeguato. Carriere frammentate e redditi discontinui producono effetti che oggi sembrano lontani, ma che diventeranno centrali nel medio-lungo periodo.

Adeguamenti alla speranza di vita: cosa succede dal 2027

Dal 2027 tornerà pienamente operativo il meccanismo di adeguamento dei requisiti pensionistici alla speranza di vita, sulla base dei dati Istat. Le regole attuali prevedono un incremento di un mese nel 2027 e di due mesi nel 2028 per la generalità dei lavoratori, sia per la pensione di vecchiaia sia per quella anticipata.

La Legge di Bilancio 2026 ha limitato la sterilizzazione degli aumenti solo a specifiche categorie di lavoratori gravosi e usuranti. Per tutti gli altri, gli scatti restano una componente strutturale del sistema e contribuiscono a spostare in avanti l’orizzonte di uscita.

Il requisito dell’importo minimo: quando l’età non basta

Nel sistema contributivo, il pensionamento è subordinato anche al raggiungimento di un importo minimo dell’assegno, agganciato all’assegno sociale. Se la pensione maturata non supera questa soglia, l’accesso viene rinviato fino al raggiungimento dell’importo richiesto o dell’età massima prevista come tutela.

Questo meccanismo colpisce soprattutto chi ha carriere discontinue o lunghi periodi di lavoro a basso reddito. Per molte donne e per una parte significativa dei lavoratori nati negli anni Settanta e Ottanta, rappresenta uno dei principali fattori di incertezza sull’uscita dal lavoro.

Tre generazioni, un sistema diverso

Il confronto tra nati negli anni ’60, ’70 e ’80 mostra un sistema previdenziale che non offre più soluzioni uniformi. Per i primi conta la tempestività, per i secondi l’equilibrio tra contributi e importo, per i terzi la capacità di costruire nel tempo una pensione sostenibile.

La differenza non la fa l’ultima riforma, ma il punto di partenza generazionale. Comprendere questo aspetto è essenziale per leggere con lucidità il proprio orizzonte previdenziale e per evitare che l’uscita dal lavoro diventi una sorpresa, più che una scelta.