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Coronavirus: quanti lavoratori vanno in sede

di Redazione PMI.it

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Sono numerosi coloro che continuano a lavorare in Italia, anche tra chi continua ad andare in sede per garantire servizi e beni essenziali: i dati ISTAT.

Il lockdown dell’Italia prolungato da Governo fino al 3 maggio ha costretto molte attività alla chiusura e molte altre a ripensare il modo di lavorare, passando allo smart working o ad esempio. Ci sono ancora, però, dei lavoratori che si recano in sede, si tratta fondamentalmente di coloro che svolgono attività volte a garantire servizi e beni essenziali in questo periodo di emergenza sanitaria da Coronavirus: dagli operatori sanitari, ai farmacisti, agli operatori della logistica, alle forze dell’ordine, a coloro che lavorano nella filiera alimentare, agli agricoltori, fino ad arrivare a tutte le persone che svolgono attività ritenute essenziali e necessarie.

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Lockdown Coronavirus: chi continua a lavorare

Ma quanti sono in totale le persone che ancora si recano in sede per lavorare, ovvero che non sono a casa in riposo/cassa integrazione, o a lavorare da remoto? Sicuramente non è facile avere una stima esatta di quante persone escano ancora di casa per recarsi al lavoro, né di quanti siano i lavoratori convertiti allo smart working.

Secondo i dati ISTAT pubblicati subito dopo l’entrata in vigore del decreto, in un primo momento sono state circa la metà delle aziende italiane ad aver interrotto l’attività, soprattutto quelle più piccole, o imposto ai lavoratori di lavorare da casa, a fronte di quanto stabilito dal Governo italiano con il lockdown totale del Paese, mentre più del 50% ha continuato a restare aperto, trattandosi attività essenziali definite dal governo.
Le attività essenziali, circa 2,3 milioni di aziende, hanno un fatturato complessivo di 1.373 miliardi di euro (il 55% del totale) e impiegano un totale di 9,3 milioni di lavoratori, il 55% del totale, che quindi sicuramente si recano ancora in sede, adottando le dovute misure di precauzione e prevenzione.

Tra le piccole imprese hanno dovuto chiudere circa il 50%, mentre tra le medie e le grandi, circa un terzo ha dovuto chiudere. In particolare sono rimaste aperte il 50,7% delle microimprese, il 58,7% delle piccole, il 69,2% delle medie imprese, il 71,6% di quelle con 250-499 addetti e il 67,6% di quelle con 500 e più addetti.

Poi con il tempo alcune aziende si sono organizzate per fornire servizi alternativi, riprendendo l’attività in modalità alternativa, ad esempio consegnando a domicilio invece di riaprire il negozio, o riconvertendo la produzione per realizzare DPI o altri prodotti oggi indispensabili per la prevenzione contro il COVID-19.

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Così, dopo due settimane dall’entrata in vigore del decreto, i nuovi dati parlavano di un terzo della produzione italiana di beni e servizi in stop completo, con circa metà dei lavoratori italiani che continuano a recarsi presso la sede di lavoro.

Inserendo nel calcolo anche coloro che lavorano da casa si arriva a circa 15,5 milioni di lavoratori, circa due terzi del totale degli occupati censiti mediamente dall’ISTAT nel 2019, compresi gli impiegati pubblici, che riescono ancora a lavorare in Italia, nonostante il Coronavirus e le misure restrittive che esso ha causato. Sicuramente con le riaperture previste dal 4 maggio i numeri continueranno a salire.

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