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Pensioni: quota 100 per superare la Fornero

di Noemi Ricci

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Il Governo propone al quota 100 per superare la Legge Fornero, ma le risorse finanziarie impongono paletti che rischiano di penalizzare fortemente le categorie oggi tutelate dall'APe sociale.

Ottenuta la fiducia in Parlamento, il nuovo Governo si prepara ad emanare i primi provvedimenti legislativi e tra le priorità che vengono evidenziate dagli esponenti dell’Esecutivo c’è la revisione della Riforma delle Pensioni Fornero, con l’obiettivo di garantire una maggiore flessibilità di uscita, senza gravare eccessivamente sul bilancio dello Stato. Si tratta di uno dei punti cardine dell’accordo tra Lega e Movimento 5 Stelle e sul proprio profilo Facebook il neo Ministro del MiSE e del Lavoro annuncia:

Applicheremo la misura quota 100 per superare la Fornero.

Quota 100: requisiti e vincoli

L’ipotesi più caldeggiata è dunque quella della quota 100, intesa come somma dei requisiti anagrafici e contributivi, con l’applicazione di alcuni vincoli, volti a rendere il sistema previdenziale proposto sostenibile a fronte delle molte perplessità sollevate, in primis dal Presidente INPS, Tito Boeri.

L’INPS ha infatti stimato un costo proibitivo per la quota 100, pari a 15 miliardi di euro l’anno. Per scendere a 5 miliardi di euro annui (50 miliardi in 10 anni), si prevede l’applicazione dei seguenti paletti:

  • minimo 35 anni di contributi e 64 anni di età;
  • massimo due anni di contribuzione figurativa utile al raggiungimento della quota 100, a parte quelli derivanti da maternità e puerperio;
  • applicazione del sistema contributivo a tutti.

Alla quota 100 verrebbe inoltre affiancata la possibilità di ottenere la pensione di anzianità con circa 41 anni di servizio, indipendentemente dall’età.

Quota 100: le categorie svantaggiate

Per molti cambiare la legge Fornero non è una buona idea, lo ha ribadito il presidente di Eni, Emma Marcegaglia, a margine dell’assemblea di Federchimica Milano:

Abbiamo sempre detto che secondo noi la legge Fornero è una riforma importante e quindi cambiarla non credo che sia una buona idea.

Se da una parte la quota 100 garantirebbe un’uscita dal mondo del lavoro più flessibile dall’altra rischia di produrre pensioni troppo basse, come sottolinea Alessandro De Nicola (Adam Smith Society):

Se si va in pensione a 65 anni con 35 anni di contributi e si applica il sistema contributivo, attenzione: la pensione sarà bassina.

Contraria alla quota 100 anche l’ex ministro Elsa Fornero:

Anzitutto, quello che leggo non è quello che hanno promesso. Se fossi un elettore di Salvini gli chiederei di fare quello che si è impegnato a fare come primo provvedimento, cioè cancellare la riforma Fornero. La cifra che hanno stanziato (cinque miliardi), molto inferiore a quella che servirebbe per la cancellazione, è comunque una cifra alta per le finanze italiane. Può forse bastare a introdurre “quota 100″ con un età minima di 64 anni mentre molte altre risorse sarebbero necessarie se si volesse ripristinare la pensione di anzianità, e pertanto consentire il pensionamento con 41 anni (e mezzo) di contributi indipendentemente dall’età anagrafica.

In questa proposta sono poco considerate le donne, i lavoratori precoci e quelli che fanno i lavori gravosi. Sarebbe meglio che queste risorse fossero impiegate nel miglioramento delle prospettive di lavoro dei giovani. La mia riforma era in linea con l’affermazione del metodo contributivo. Con i provvedimenti anticipati si torna a parametri politici esogeni che non tengono conto del grande cambiamento demografico in atto.

Cesare Damiano (PD) spiega cosa accadrebbe con la quota 100 alle categorie oggi tutelate dall’APe sociale:

Se fosse vero che parte da 64 anni di età, questa scelta rappresenterebbe una penalizzazione per chi svolge attività gravose perché questi lavoratori possono andare in pensione a 63 anni con Quota 99 (63 più 36 di contributi).

Non solo, per chi è disoccupato o ha un familiare disabile a carico, i contributi scendono a 30 anni (Quota 93).

Per le donne, poi, c’è uno sconto ulteriore di un anno per ogni figlio (massimo 2 anni), che porta i contributi necessari a 28 anni (Quota 91).

Inoltre, non bisogna dimenticare sempre per queste 15 categorie di lavoratori, che svolgono attività gravose, c’è anche il blocco dell’aggancio dell’età della pensione all’aspettativa di vita.

Eliminare l’APe sociale sarebbe, dunque, molto dannoso per una vasta platea di lavoratori. Si tratterebbe, al contrario, di renderla strutturale.