Economia circolare in Italia: numeri e trend

di Redazione PMI.it

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L'Italia è leader in Europa sull'economia circolare, ma il primato è messo a rischio da una fase di stallo e dall'avanzata degli altri Paesi.

Nonostante alcune importanti criticità, l’Italia è al primo posto tra i grandi Paesi UE nell’economia circolare per il recupero dei rifiuti, con il suo modello di produzione che si autorigenera. Tutto, o quasi, si ricicla e poco, o nulla, diventa rifiuto. Il trend di crescita di questa economica virtuosa, tuttavia, sta rallentando in Italia, e altri Paesi potrebbero presto sorpassarci. E’ questo il quadro che emerge dal primo Rapporto nazionale 2019 sull’economia circolare elaborato dal Circular economy network (rete promossa dalla Fondazione per lo sviluppo sostenibile, da 13 aziende e associazioni di impresa) e dall’Enea, presentato in occasione delle Conferenza nazionale sull’economia circolare.

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Indice di circolarità tra alti e bassi

Con l’economia circolare il nostro Paese riutilizza le materie prime in successivi cicli di sviluppo e riduce al massimo gli sprechi: ricicliamo tutto e riduciamo al minimo i rifiuti, questo ci ha fatto guadagnare 103 punti di “indice complessivo di circolarità”, contro i 90 del Regno Unito, gli 88 della Germania, gli 87 della Francia e gli 81 della Spagna. In Italia per ogni chilo di risorsa consumata sono stati generati 3 euro di PIL contro una media europea di 2,24 e valori tra 2,3 e 3,6 in tutte le altre grandi economie europee. Dal 2014, quando si registravano 3,24 euro/chilo, c’è stato tuttavia un leggero regresso e nel 2018 l’Italia ha conquistato un solo punto nell’indice di circolarità, mentre la Francia ne ha guadagnati 7 e la Spagna addirittura 13.

Anche dal punto di vista dell’efficienza energetica l’Italia si colloca al secondo posto, con 10,2 euro/PIL, dopo il Regno Unito (11euro/PIL) e prima della Spagna (9,1 euro/PIL). Ma il Regno Unito e Spagna fanno registrare una crescita maggiore (+28% e +20% rispettivamente), così come la Germania (+15%). Solo la Francia si attesta allo stesso livello di crescita dell’Italia (+13%).

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L’Italia è leader anche nell’uso delle fonti rinnovabili, con il 17,4%, seguita dalla Spagna con il 17,3%, la Francia con il 16%, la Germania con il 14,8% e il Regno Unito con il 9,3%. E anche qui, in Italia, negli ultimi anni la percentuale risulta in diminuzione e siamo stati l’unico Paese in cui si è registrata una diminuzione complessiva degli utilizzi domestici di energia rinnovabile (-4% rispetto al 2007).

In Italia funzionano inoltre male la raccolta dei vestiti usati, con un tasso di raccolta dell’11% contro, per esempio, il 70% della Germania e il mercato delle riparazioni, sia di beni elettroniciche di altri beni personali (siamo al terzo posto).

I buoni risultati di crescita degli altri Paesi si devono soprattutto all’applicazione delle direttive, approvate nel luglio scorso, nell’ambito della Strategia messa a punto dagli istituzioni europee per promuovere sistemi di sviluppo industriale ecocompatibili. Questi Paesi potrebbero però sorpassarci molto presto se l’Italia non fa altrettanto, recependo le politiche europee e facendo o partire i decreti che tecnicamente regolano il trattamento e la destinazione dei rifiuti/risorsa.

Quello che va fatto in Italia è soprattutto snellire le procedure per la definizione dell’End of waste per dare a molti più rifiuti la possibilità di essere reintrodotti nel circuito produttivo. Urgente inoltre colmare i ritardi di alcuni territori nella gestione dei rifiuti urbani e una forte carenza di impianti.