Google rinuncia a Windows, ma Microsoft non ci sta

di Giacomo Dotta

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Google avrebbe deciso di fare a meno di installazioni Windows nei propri uffici per motivi di sicurezza, ma Microsoft rigetta ogni accusa

La polemica ha preso piede con la notizia emersa sul Financial Times: Google sta operando una eliminazione sistematica delle postazioni Windows dalla propria azienda, portando così tutti i propri dipendenti sulla dicotomia Mac OS/Linux. Una scelta motivata, un’operazione simbolica e radicale, un dito puntato contro Redmond. Ma Microsoft risponde e spiega perchè Google stia portando all’opinione pubblica un messaggio sbagliato. In ballo v’è una questione fondamentale per qualsiasi azienda: è possibile fare a meno di Windows? È possibile fare totale affidamento ad una soluzione alternativa? Dove stanno realmente risparmio e sicurezza?

Google avrebbe iniziato nel Gennaio scorso a rimuovere le installazioni Windows per un motivo specifico: il noto attacco subito in Cina ad inizio anno è avvenuto a causa di una vulnerabilità ignota in Internet Explorer 6, il che avrebbe messo in serio pericolo tanto la proprietà intellettuale del gruppo, quanto gli stessi dati degli utenti che si servono di Google per i propri servizi. I fatti specifici accaduti in Cina non hanno avuto spiegazione definitiva (tirati in ballo hacker e università, non si è però giunti all’identificazione di un colpevole e Google ha deciso infine di spostare il proprio motore di ricerca su server di Hong Kong), ma le ripercussioni interne sono state forti e tali da sfociare nella decisione di evitare qualsiasi software Microsoft all’interno degli uffici del gruppo.

La vicenda non può però essere interpretata come l’inizio di una nuova era perchè il caso Google, nella sua peculiarità, si configura più come un unicum che non come scintilla in grado di scatenare una sequela di emuli. Google, infatti, professa da tempo la propria fede nel mondo open source e questo tipo di filosofia, unitamente alla disponibilità di grande esperienza informatica al proprio interno, non può che sfociare in una decisione di questo tipo (filologicamente addirittura tardiva). Inoltre le accuse di Google si basano su di un problema nato da una postazione con Internet Explorer 6 su Windows XP, una configurazione notoriamente pericolosa ed oggi del tutto superata in qualità dall’abbinata IE8/Windows 7. Infine Google ha tutto l’interesse a dimostrare da protagonista come l’opzione Windows possa essere una opzione evitabile grazie alle soluzioni nuove che il mercato sta proponendo (in primis il futuro Chrome OS).

Per le aziende Google propone quindi lidi sicuri e magari applicazioni “cloud”, così da risparmiare negli investimenti iniziali e garantire all’azienda un futuro più sicuro. Ma Microsoft non è ovviamente d’accordo e rispedisce al mittente ogni accusa.

La prima risposta è affidata a Brandon LeBlanc, il quale tramite il Windows Team Blog chiede al Financial Times di attenersi ai fatti invece di avventurarsi in conclusioni affrettate. LeBlanc ricorda infatti che i difetti nel codice sono qualcosa di inevitabile e di dimostrato anche su Mac OS, anche su Linux, anche su Safari, anche su Chrome. LeBlanc, anzi, elenca tutto quel che Windows è in grado di proporre in tema di sicurezza e fornisce tutti i link necessari per approfondire l’argomento oltre le semplici conclusioni a cui si potrebbe giungere dopo l’iniziativa Google. E affida il giudizio anche a gruppi terzi, quali Cisco, dai quali giungerebbe il plauso per gli investimenti infusi in sicurezza e sviluppo del codice.

Una guerra verbale che si fa direttamente guerra di mercato, insomma: su queste diatribe si costruisce l’immagine e la forza del brand, con Google pronta ad andare all’attacco e Microsoft ben disposta per organizzare una rocciosa difesa fatta di numeri, dimostrazioni e testimonianze.

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