ECO, interessa o interesse?

di Serena Frattini

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Essere pro eco è una marcia in più per uscire dalla crisi. Il ritorno economico è davvero sorprendente. Greenwashing, diffidare dai falsi

La tendenza del momento, quella che in un certo senso aumenta i favori, quella che fa moda, quella che piace alla gente, sembrerebbe fare tutto ciò che si deve fare tenendo in considerazione l’ambiente, il prossimo e il futuro del mondo.

In un momento storico dove sembra che l’uomo, pur di raggiungere i propri scopi velleitari, sia disposto, e poi ne dà prova concreta, a distruggere la vita stessa, emerge la necessità di proteggere il pianeta e i suoi esseri viventi. Inutile, a questo punto, far finta di nulla di fronte alle atrocità che, sotto gli occhi di tutti, si sono consumate e continuano a consumarsi; sembra sia arrivato il momento in cui, come vuole la fisica, qualcosa si muova per ritrovare un equilibrio, e forse questo processo è iniziato.

Ormai termini come “ecofriendly”, “responsabilità sociale”, “socialmente utile”, “ecosostenibile”, sono ampiamente riconosciuti, e sempre più si cominciano a delineare comportamenti aziendali più attenti al tema dell’inquinamento e della responsabilità sociale. Certo l’eco avuto dalla BT, con il disastro avvenuto nel Golfo del Messico, ha dato la sferzata finale verso il cammino al rispetto ambientale, che sembrava essersi già messo in moto anche se molto lentamente. Si è cominciato a riciclare la carta, per via della penuria boschiva troppo evidente, poi il settore dell’abbigliamento, dove il pellame pregiato, che alzava polemiche e l’ira di personaggi famosi e non, ha lasciato spazio alla più economica e accettata ecopelle.

Anche l’alta moda veste verde, basti pensare all’Eco Fashion Exhibition tenutosi nel 2006 presso il Crafts Council a Londra, o l’Ethnical Fashion Show a Parigi. E così, in men che non si dica, le auto diventano ecologiche, il tonno è amico dei delfini, i polli ruspanti, la coltivazione biologica e persino lo smaltimento dei rifiuti delle società che producono inquinamento diventa verde. Visto così sembrerebbe che il mondo non sia più in pericolo.

Oramai tutte le aziende sono costrette a cambiare regime di fronte a un pubblico consapevole e preparato, difficile da imbambolare e soprattutto in grado di scegliere. Anche la George Mason University sostiene che l’adeguamento alle buone regole ambientali possa costituire una fonte di guadagno per le aziende. Fermo restando che avviare un comportamento ecologico per un’azienda significa costi, procedure e tempo, il ritorno poi, in termini di fedeltà e popolarità e anche economici, sono garantiti.

La corsa al verde è per molti un disperato tentativo di restare a galla, è per questo che nasce Greenbean, azienda specializzata nella comunicazione sostenibile. Ci sono aziende, alle quali non interessa adottare un comportamento sostenibile quanto piuttosto il feedback positivo che ne può trarre, molte si auto dichiarano “verdi”, senza sottoporsi al giudizio di enti esterni e imparziali, altre si danno un’aria “green”, nuovi colori, nuovi packaging, nuovi slogan, senza che questo sia sostenuto dai fatti. Esistono molti modi per raggirare il consumatore ma altrettanti per tutelarsi da questa cattiva abitudine, il greenwashig. Una volta individuate le aziende che si tingono di verde, il consiglio per il consumatore è quello di fidarsi maggiormente della trasparenza, di chi comunica semplice e chiaro, di chi non si autocertifica, e di chi non ostenta.

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