Davos e l’ottimismo dei top manager

di Barbara Weisz

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I leader politici sono alle prese con le preoccupazioni e la gestione del dopo crisi, mentre fra i Ceo è tornata la fiducia. Il dibattito del WEF

È un dibattito che sembra procedere su un doppio binario quello di quest’anno al meeting del World Economici Forum di Davos. Da una parte i leader politici e i rappresentanti delle istituzioni che si interrogano sulle sfide dell’economia globale nel mondo che cambia e sulla necessità di pensare a nuovi modelli, alternando la preoccupazione per i rischi del dopo crisi con le ricette per superarli. Dall’altra i businessman che, invece, a tratti danno l’impressione di essersela lasciata alle spalle, la crisi.

E così se ancora oggi il ministro del Tesoro Usa Tim Geithner pur esprimendo fiducia sulla ripresa americana, che si è lasciata alla spalle il momento peggiore della crisi, sottolinea il punto debole ancora rappresentato dalla perdita di posti di lavoro, e se i leader europei fanno a gara per esprimere le loro iniezioni di fiducia nei confronti dell’euro, i top executive esprimono ottimismo sulle opportunità di crescita per le aziende, sull’occupazione, sul ritorno di una stagione di grande attività sul fronte delle acquisizioni.

La tradizionale Survey di PricewaterhouseCoopers fra i 1200 Ceo delle prinicipali società mondiali registra un sentiment di fiducia tornato ai livelli pre-crisi. Il 48% è “molto ottimista” sulla crescita dei ricavi aziendali a breve termine, percentuale che rappresenta un rialzo di 17 punti rispetti all’indagine dello scorso anno. Il 94% vede una crescita nei prossimi tre anni. Oltre la metà, il 51%, prevede nuova occupazione nel 2011, e qui il balzo sul 2010 è del 39%.
In Italia, bisogna dirlo, regna una maggior prudenza. La percentuale di ottimisti sulla crescita del fatturato a breve scende al 20%, la fiducia in un rialzo nel triennio è all’86%, solo un manager su tre prevede di aumentare la forza lavoro, mentre il 25% manterrà gli attuali livelli di occupazione. Fra i paesi europei, spicca invece l’ottimismo dei Ceo tedeschi, che in otto casi su dieci vedono una crescita dei ricavi (erano due su dieci l’anno scorso).

Dati che si confermano, ad esempio, nelle dichiarazioni rilasciate in questi giorni a Davos dal co-Ceo di Sap, Jim Hageman Snabe, che vede possibilità di crescita all’orizzonte ed è attento alle opportunità di merger and acquisition.
Questo della ripresa delle acquisizoni è uno degli elementi che emergono dal meeting svizzero. Lo confermano Jim Quigley, Ceo di Deloitte Touche Tohmatsu e Denis Nally, chairman di Pwc. E lo testimoniano i dati: in questo mese di gennaio nel mondo l’attività di M&A ha già raggiunto i 243 miliardi di dollari, la cifra più rilevante per il primo mese dell’anno dal 2000 e ben superiore ai 165 miliardi dell’analogo mese del 2010.

Tornando alla ripresa, fra gli ottimisti si segnala anche il banchiere James Dimon, presidente e ad di Jp Morgan & Chase: “penso che abbiamo un sistema più solido di tre anni fa” ha spiegato. Qui si puo’ inserire un’altra considerazione relativa a un trend del dibattito di Davos: i banchieri sono tendenzialmente critici verso l’atteggiamento dei governi, europei ma non solo, di mettere nuove regole alla finanza, in numero che ritengono eccessivo e controproducente.

Ci sono, anche fra i business leader, coloro che propongono un respiro più ampio. Chanda Kochhar, Managing Director e Ceo della indiana ICICI Bank, sottolinea che il mondo è diventato più volatile ed è quindi necessario tenerne conto «nel gestire il business e le politiche dei paesi», tenendo presente la doppia velocità fra economie emergenti che crescono più velocemente e paesi industrailizzati dove la crescita è invece più lenta. Anche per Ellen Kullman, Ceo dell’americana DuPont, è necessario «dare le giuste risposte» in un mondo che cambia, con la popolazione che quest’anno supererà i sette miliardi di individui.

Il diverso passo fra economie emergenti e industrializzate è ben fotografato anche dalla Survey di Pwc fra i Ceo. La nuova occupazione prevista dal 51% dei rispondenti si concentrerà in particolare in Europa Centrale, Asia-Pacifico e Africa. Fra i paesi chiave per la crescita in pole position è indicata la Cina, 39%, seguita da Usa, 21%, Brasile, 19% e India, 18%. Per i top executive italiani, le opportunità di business migliori dopo la Cina sono in Germania e in Russia.

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